JEAN THIRIART

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Claudio Mutti

Introduzione al libro di Jean Thiriart
Un impero di 400 milioni di uomini: l’Europa
(Nuova edizione in preparazione presso le Edizioni Controcorrente)

 


L’ultimo ricordo che ho di Jean Thiriart è una lettera che mi scrisse alcuni mesi prima di morire: mi chiedeva di indicargli una località isolata sugli Appennini, dove potersi accampare un paio di settimane per fare qualche escursione sui monti. Quasi settantenne, era ancora pieno di vitalità: non si lanciava più col paracadute, però navigava con la barca a vela sul Mare del Nord.

Negli anni Sessanta, in qualità di giovanissimo militante della Giovane Europa, l’organizzazione da lui diretta, ebbi modo di vederlo diverse volte. Lo conobbi a Parma, nel 1964, accanto a un monumento che colpì in maniera particolare la sua sensibilità di “eurafricano”: quello di Vittorio Bottego, l’esploratore del corso del Giuba. Poi lo incontrai in occasione di alcune riunioni della Giovane Europa e in un campeggio sulle Alpi. Nel 1967, alla vigilia dell’aggressione sionista contro l’Egitto e la Siria, fui presente a un’affollata conferenza che egli tenne in una sala di Bologna, dove spiegò perché l’Europa doveva schierarsi a fianco del mondo arabo e contro l’entità sionista. Nel 1968, a Ferrara, partecipai a un convegno di dirigenti della Giovane Europa, nel corso del quale Thiriart sviluppò a tutto campo la linea antimperialista: “Qui in Europa, la sola leva antiamericana è e resterà un nazionalismo europeo ‘di sinistra’ (…) Quello che voglio dire è che all’Europa sarà necessario un nazionalismo di carattere popolare (…) Un nazionalcomunismo europeo avrebbe sollevato un’ondata enorme di entusiasmo. (…) Guevara ha detto che sono necessari molti Vietnam; e aveva ragione. Bisogna trasformare la Palestina in un nuovo Vietnam”. Fu l’ultimo suo discorso che ebbi modo di ascoltare.

Jean-François Thiriart era nato a Bruxelles il 22 marzo 1922 da una famiglia di cultura liberale originaria di Liegi. In gioventù militò attivamente nella Jeune Garde Socialiste Unifiée e nell’Union Socialiste Anti-Fasciste. Per un certo periodo collaborò col professor Kessamier, presidente della società filosofica Fichte Bund, una filiazione del movimento nazionalbolscevico amburghese; poi, assieme ad altri elementi dell’estrema sinistra favorevoli ad un’alleanza del Belgio col Reich nazionalsocialista, aderì all’associazione degli Amis du Grand Reich Allemand. Per questa scelta, nel 1943 fu condannato a morte dai collaboratori belgi degli Angloamericani: la radio inglese inserì il suo nome nella lista di proscrizione che venne comunicata ai résistants con le istruzioni per l’uso. Dopo la “Liberazione”, nei suoi confronti fu applicato un articolo del Codice Penale belga opportunamente rielaborato a Londra nel 1942 dalle marionette belghe degli Atlantici. Trascorse alcuni anni in carcere e, quando uscì, il giudice lo privò del diritto di scrivere.

Nel 1960, all’epoca della decolonizzazione del Congo, Thiriart partecipa alla fondazione del Comité d’Action et de Défense des Belges d’Afrique, che di lì a poco diventa il Mouvement d’Action Civique. In veste di rappresentante di questo organismo, il 4 marzo 1962 Thiriart incontra a Venezia gli esponenti di altri gruppi politici europei; ne esce una dichiarazione comune, in cui i presenti si impegnano a dar vita a “un Partito Nazionale Europeo, centrato sull’idea dell’unità europea, che non accetti la satellizzazione dell’Europa occidentale da parte degli USA e non rinunci alla riunificazione dei territori dell’Est, dalla Polonia alla Bulgaria passando per l’Ungheria”. Ma il progetto del Partito europeo abortisce ben presto, a causa delle tendenze piccolo-nazionaliste dei firmatari italiani e tedeschi del Manifesto di Venezia.

La lezione che Thiriart trae da questo fallimento è che il Partito europeo non può nascere da un’alleanza di gruppi e movimenti piccolo-nazionali, ma deve essere fin da principio un’organizzazione unitaria su scala europea. Nasce così, nel gennaio 1963, la Giovane Europa (Jeune Europe), un movimento fortemente strutturato che ben presto si impianta in Belgio, Olanda, Francia, Svizzera, Austria, Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Inghilterra. Il programma della Giovane Europa si trova esposto nel Manifesto alla Nazione Europea, che esordisce così: “Tra il blocco sovietico e il blocco degli USA, il nostro compito è di edificare una grande Patria: l’Europa unita, potente, comunitaria (…) da Brest sino a Bucarest”. La scelta è a favore di un’Europa decisamente unitaria: “Europa federale o Europa delle Patrie sono delle concezioni che nascondono la mancanza di sincerità e la senilità di coloro che le difendono (…) Noi condanniamo i piccoli nazionalismi che mantengono le divisioni tra i cittadini della NAZIONE EUROPEA”. L’Europa deve optare per una neutralità forte e armata e disporre di una forza atomica propria; deve “ritirarsi dal circo dell’ONU” e sostenere l’America Latina, che “lotta per la sua unità e per la sua indipendenza”. Il Manifesto abbozza un’alternativa ai sistemi sociali vigenti nelle due Europe, proclamando la “superiorità del lavoratore sul capitalista” e la “superiorità dell’uomo sul formicaio”: “Noi vogliamo una comunità dinamica con la partecipazione nel lavoro di tutti gli uomini che la compongono”. Alla democrazia parlamentare e alla partitocrazia viene contrapposto una rappresentanza organica: “un Senato politico, il Senato della Nazione Europea basato sulle province europee e composto delle più alte personalità nel campo della scienza, del lavoro, delle arti e delle lettere; una Camera sindacale che rappresenti gli interessi di tutti i produttori dell’Europa liberata dalla tirannia finanziaria e politica straniera”. Il Manifesto conclude così: “Noi rifiutiamo l’Europa teorica. Noi rifiutiamo l’Europa legale. Noi condanniamo l’Europa di Strasburgo per crimine di tradimento. (…) O vi sarà una NAZIONE o non vi sarà indipendenza. A questa Europa legale che rifiutiamo, noi opponiamo l’Europa legittima, l’Europa dei popoli, la nostra Europa. NOI SIAMO LA NAZIONE EUROPEA”.

Accanto a una scuola per la formazione politica dei militanti (che dal 1966 al 1968 pubblica mensilmente “L’Europe Communautaire”), la Giovane Europa cerca di dar vita a un Sindacato Comunitario Europeo e, nel 1967, a un’associazione universitaria, Università Europea, che sarà attiva particolarmente in Italia. Dal 1963 al 1966 viene pubblicato un organo di stampa in lingua francese, “Jeune Europe” (con frequenza prima settimanale, poi quindicinale); tra i giornali in altre lingue va citato l’italiano “Europa Combattente”, che nel medesimo periodo riesce a raggiungere una frequenza mensile. Dal 1966 al 1968 esce “La Nation Européenne”, mentre in Italia “La Nazione Europea” continuerà ad uscire, a cura dell’autore di queste righe, anche nel 1969 (un ultimo numero sarà pubblicato a Napoli nel 1970 da Pino Balzano).

“La Nation Européenne”, mensile di grande formato che in certi numeri raggiunge la cinquantina di pagine, oltre ai redattori militanti annovera collaboratori di un certo rilievo culturale e politico: il politologo Christian Perroux, il saggista algerino Malek Bennabi, il deputato delle Alpi Marittime Francis Palmero, l’ambasciatore siriano Selim el-Yafi, l’ambasciatore iracheno Nather el-Omari, , i dirigenti del FLN algerino Chérif Belkacem, Si Larbi e Djamil Mendimred, il presidente dell’OLP Ahmed Choukeiri, il capo della missione vietcong ad Algeri Tran Hoai Nam, il capo delle Pantere Nere Stokeley Carmichael, , il fondatore dei Centri d’Azione Agraria principe Sforza Ruspali, i letterati Pierre Gripari e Anne-Marie Cabrini. Tra i corrispondenti permanenti, il professor Souad el-Charkawi (al Cairo) e Gilles Munier (ad Algeri).

Sul numero di febbraio del 1969 appare una lunga intervista rilasciata a Jean Thiriart dal generale Peròn, il quale dichiara di leggere regolarmente “La Nation Européenne” e di condividerne totalmente le idee. Dal suo esilio madrileno, l’ex presidente argentino riconosce in Castro e in Guevara i continuatori della lotta per l’indipendenza latinoamericana intrapresa a suo tempo dal movimento giustizialista: “Castro – dice Peròn – è un promotore della liberazione. Egli si è dovuto appoggiare ad un imperialismo perché la vicinanza dell’altro imperialismo minacciava di schiacciarlo. Ma l’obiettivo dei Cubani è la liberazione dei popoli dell’America Latina. Essi non hanno altra intenzione se non quella di costituire una testa di ponte per la liberazione dei paesi continentali. Che Guevara è un simbolo di questa liberazione. Egli è stato grande perché ha servito una grande causa, finché ha finito per incarnarla. È l’uomo di un ideale”.

Per quanto riguarda la liberazione dell’Europa, Thiriart pensa a costituire delle Brigate Rivoluzionarie Europee che intraprendano la lotta armata contro l’occupante statunitense. Già nel 1966 egli ha avuto un colloquio col ministro degli Esteri cinese Chu En-lai, a Bucarest, e gli ha chiesto di appoggiare la costituzione di un apparato politico-militare europeo che combatta contro il nemico comune (1). Nel 1967 l’attenzione di Thiriart si dirige sull’Algeria: “Si può, si deve prendere in considerazione un’azione parallela e auspicare la formazione militare, in Algeria, fin da ora, di una sorta di Reichswehr rivoluzionaria europea. Gli attuali governi di Belgio, Paesi Bassi, Inghilterra, Germania, Italia sono in diversa misura i satelliti, i valletti di Washington; perciò noi nazionaleuropei, noi rivoluzionari europei, dobbiamo andare a formare in Africa i quadri di una futura forza politico-militare che, dopo aver servito nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente, un giorno potrà battersi in Europa per farla finita coi Kollabos di Washington. Delenda est Carthago” (2). Nell’autunno del 1967 Gérard Bordes, direttore de “La Nation Européenne”, si reca in Algeria, dove entra in contatto con la Segreteria Esecutiva del FLN e col Consiglio della Rivoluzione. Nell’aprile del 1968 Bordes ritorna ad Algeri con un Mémorandum à l’intention du gouvernement de la République Algérienne firmato da lui stesso e da Thiriart, nel quale sono contenute le proposte seguenti: “Contributo europeo alla formazione di specialisti in vista della lotta contro Israele; preparazione tecnica della futura azione diretta contro gli Americani in Europa; creazione di un servizio d’informazioni antiamericano e antisionista in vista di un’utilizzazione simultanea nei paesi arabi e in Europa”.

Siccome i contatti con l’Algeria non hanno nessun seguito, Thiriart si rivolge ai paesi arabi del Vicino Oriente. D’altronde, il 3 giugno 1968 un militante di Jeune Europe, Roger Coudroy, è caduto con le armi in pugno sotto il fuoco sionista, mentre con un gruppo di al-Fatah cercava di penetrare nella Palestina occupata.

Nell’autunno del 1968 Thiriart viene invitato dai governi di Bagdad e del Cairo, nonché dal Partito Ba’ath, a recarsi nel Vicino Oriente. In Egitto assiste ai lavori d’apertura del congresso dell’Unione Socialista Araba, il partito egiziano di governo; viene ricevuto da alcuni ministri e ha modo di incontrare lo stesso Presidente Nasser. In Iraq incontra diverse personalità politiche, tra cui alcuni dirigenti dell’OLP, e rilascia interviste a organi di stampa e radiotelevisivi. Ma lo scopo principale del viaggio di Thiriart consiste nell’instaurare una collaborazione che dia luogo alla creazione delle Brigate Europee, le quali dovrebbero partecipare alla lotta per la liberazione della Palestina e diventare così il nucleo di un’Armata di Liberazione Europea. Davanti al rifiuto del governo iracheno, determinato da pressioni sovietiche, questo scopo fallisce. Scoraggiato da questo fallimento e ormai privo di mezzi economici sufficienti a sostenere una lotta politica di un certo livello, Thiriart decide di ritirarsi dalla politica militante.

Dal 1969 al 1981, Thiriart si dedica esclusivamente all’attività professionale e sindacale nel settore dell’optometria, nel quale ricopre importanti funzioni: è presidente della Société d’Optométrie d’Europe, dell’Union Nationale des Optométristes et Opticiens de Belgique, del Centre d’Études des Sciences Optiques Appliquées ed è consigliere di varie commissioni della CEE. Ciononostante, nel 1975 rilascia una lunga intervista a Michel Schneider per “Les Cahiers du Centre de Documentation Politique Universitaire” di Aix-en-Provence ed assiste Yannick Sauveur nella compilazione di una tesi universitaria intitolata Jean Thiriart et le national-communautarisme européen (Università di Parigi, 1978). Quella di Sauveur è la seconda ricerca universitaria dedicata all’attività politica di Thiriart, poiché sei anni prima era stata presentata all’Università Libera di Bruxelles una tesi di Jean Beelen su Le Mouvement d’Action Civique.

Nel 1981, un attentato di teppisti sionisti contro il suo ufficio di Bruxelles induce Thiriart a riprendere l’attività politica. Riallaccia i contatti con un ex redattore della “Nation Européenne”, lo storico spagnolo Bernardo Gil Mugarza (3), il quale, nel corso di una lunga intervista (centootto domande), gli dà modo di aggiornare e di approfondire il suo pensiero politico. Prende forma in tal modo un libro che Thiriart conta di pubblicare in spagnolo e in tedesco, ma che è rimasto finora inedito.

Nel 1982 incontra Luc Michel, che due anni più tardi fonda in Belgio un Parti Communautaire National-Européen. Thiriart diventa una sorta di consigliere politico di questo partito e collabora a “Conscience Européenne”, il periodico diretto da Luc Michel.

All’inizio degli anni Ottanta, Thiriart lavora a un libro che non ha mai visto la luce: L’Empire euro-soviétique de Vladivostok à Dublin. Il piano dell’opera prevede quindici capitoli, ciascuno dei quali si articola in numerosi paragrafi. Come appare evidente dal titolo di quest’opera, la posizione di Thiriart nei confronti dell’Unione Sovietica è notevolmente cambiata. Abbandonata la vecchia parola d’ordine “Né Mosca né Washington”, Thiriart assume ora una posizione che potrebbe essere riassunta così: “Con Mosca contro Washington”. Già tredici anni prima, d’altronde, in un articolo intitolato Prague, l’URSS et l’Europe (“La Nation Européenne”, n. 29, novembre 1968), denunciando gli intrighi sionisti nella cosiddetta “primavera di Praga”, Thiriart aveva espresso una certa soddisfazione per l’intervento sovietico e aveva cominciato a delineare una “strategia dell’attenzione” nei confronti dell’URSS. “Un’Europa occidentale NON AMERICANA – aveva scritto – permetterebbe all’Unione Sovietica di svolgere un ruolo quasi antagonista degli USA. Un’Europa occidentale alleata, o un’Europa occidentale AGGREGATA all’URSS sarebbe la fine dell’imperialismo americano (…) Se i Russi vogliono staccare gli Europei dall’America – e a lungo termine essi devono necessariamente lavorare per questo scopo – bisogna che ci offrano, in cambio della SCHIAVITU’ DORATA americana, la possibilità di costruire un’entità politica europea. Se la temono, il modo migliore di scongiurarla consiste nell’integrarvisi”.

A Mosca, Thiriart ci va nell’agosto 1992 assieme a Michel Schneider, direttore della rivista “Nationalisme et République”. A fare gli onori di casa è Aleksandr Dugin, il quale nel marzo dello stesso anno ha accolto Alain de Benoist e Robert Steuckers e in giugno ha intervistato alla TV di Mosca l’autore di queste righe, dopo averlo presentato agli esponenti dell’opposizione “rosso-bruna”. L’attività di Thiriart a Mosca, dove si trovano anche Carlo Terracciano e Marco Battarra, è intensissima. Tiene conferenze stampa; rilascia interviste; partecipa a una tavola rotonda con Prokhanov, Ligacev, Dugin e Sultanov nella redazione del giornale “Den’”, che pubblicherà sul n. 34 (62) un testo di Thiriart intitolato L’Europa fino a Vladivostok; ha un incontro con Gennadij Zjuganov; si intrattiene con altri esponenti dell’opposizione “rosso-bruna”, tra cui Nikolaj Pavlov e Sergej Baburin; discute con il filosofo e dirigente del Partito della Rinascita Islamica Gejdar Dzemal; partecipa a una manifestazione di studenti arabi per le vie di Mosca.

Il 23 novembre, tre mesi dopo il suo rientro in Belgio, Thiriart è stroncato da una crisi cardiaca.

Apparso nel 1964 in lingua francese, nel giro di due anni Un Empire de 400 millions d’hommes: l’Europe vide la luce in altre sei lingue europee. La traduzione italiana venne eseguita da Massimo Costanzo, (all’epoca redattore di “Europa Combattente”, organo italofono della Giovane Europa), il quale presentò l’opera con queste parole: “Il libro di Jean Thiriart è destinato a suscitare, per la sua profondità e per la sua chiarezza, un forte interesse. Ma da dove deriva questa chiarezza? Da un fatto molto semplice: l’autore ha usato un linguaggio essenzialmente politico, lontano dai fumi dell’ideologia e dalle costruzioni astratte o pseudometafisiche. Dopo una lettura attenta, nel libro si possono anche trovare impostazioni ideologiche, ma queste traspaiono dalle tesi politiche e non il contrario, come fino ad oggi è avvenuto nel campo nazionaleuropeo”. Nonostante le riserve che alcune “impostazioni ideologiche” dell’Autore (eurocentrismo, razionalismo, giacobinismo ecc.) potranno suscitare, il lettore di questa seconda edizione italiana probabilmente concorderà con quanto scriveva Massimo Costanzo quarant’anni or sono; anzi, si renderà conto che questo libro, senza dubbio il più famoso dei testi redatti da Thiriart (4), è un libro preveggente ed attuale, per quanto inevitabilmente risenta della situazione storica in cui venne concepito. Preveggente, perché anticipa il crollo del sistema sovietico, e questo una decina d’anni prima dell’”eurocomunismo”; attuale, perché la descrizione dell’egemonia statunitense in Europa è ancor oggi un dato reale; anzi, l’analisi thiriartiana dell’imperialismo si avvale della lettura di un autore come James Burnham, che già negli anni Sessanta candidava gli USA al dominio mondiale assoluto.

Nella mia biblioteca conservo un esemplare della prima edizione di questo libro (“édité à Bruxelles, par Jean Thiriart, en Mai 1964”). La dedica che l’Autore vi scrisse di suo pugno contiene un’esortazione di cui vorrei si appropriassero i lettori delle nuove generazioni, questa: “Votre jeunesse est belle. Elle a devant elle un Empire à bâtir“. Diversamente da Luttwak e da Toni Negri, Thiriart sapeva bene che l’Impero è l’esatto contrario dell’imperialismo e che gli Stati Uniti non sono Roma, bensì Cartagine.

Claudio Mutti



NOTE

(1) Nel 1985 Thiriart rievocò l’episodio nei termini seguenti. “Nella sua fase iniziale, il mio incontro con Chou En-lai non fu che uno scambio di aneddoti e ricordi. Chou En-lai si interessò ai miei studi sulla scrittura cinese ed io al suo soggiorno in Francia che per lui rappresentava un gradevole ricordo giovanile. La conversazione si orientò poi sul tema degli eserciti popolari – tema caro tanto a lui quanto a me. Le cose si guastarono quando progressivamente si arrivò al concreto. Dovetti subire allora un vero e proprio corso di catechismo marxista-leninista. Chou stese poi l’inventario dei vari errori psicologici commessi dall’Unione Sovietica. E la lezione si spostò sulle nozioni di ‘alleanza gerarchica’ e ‘alleanza ugualitaria’. Per distendere l’ambiente, affrontai il tema dei disordini che avevo organizzato a Vienna nel 1961, durante l’incontro Krusciov-Kennedy. Ma il tentativo di fargli accettare il concetto della lotta globale quadricontinentale di tutte le forze anti-americane nel mondo, quali che siano i loro orientamenti ideologici, fallì. Attirai a tal scopo la sua attenzione sul fatto che era anche l’opinione del generale Peròn, un amico di lunga data. Si inalberò un po’ quando gli feci notare che in Argentina Peròn – sul piano psicologico – era una forza incommensurabilmente più forte che il comunismo. Io sono un uomo pragmatico. Gli domandai dunque dei mezzi – del denaro per sviluppare la nostra stampa ed un santuario per la nostra organizzazione – per la preparazione e la strutturazione di un apparato politico-militare rivoluzionario europeo. Mi rinviò ai suoi servizi. Il solo risultato fu, alla fine dell’incontro, un eccellente pranzo, consumato in un clima molto disteso. Ricomparvero allora gli ufficiali rumeni, che non avevano assistito agli incontri politici. In seguito, non riuscii ad ottenere nulla dai servizi cinesi, la cui incomprensione dell’Europa era totale sia sul piano psicologico che su quello politico” (Da Jeune Europe alle Brigate Rosse. Antiamericanismo e logica dell’impegno rivoluzionario, Società Editrice Barbarossa, Milano 1992, pp. 24-25).

(2) J. Thiriart, USA: un empire de mercantis, “La Nation Européenne”, 21, ottobre 1967, p. 7.

(3) Autore di España en llamas 1936, Acervo, Barcelona 1968.

(4) Oltre a questo libro, Thiriart pubblicò anche La Grande Nation. 65 thèses sur l’Europe, Bruxelles 1965 (ed. it. La Grande Nazione. 65 tesi sull’Europa, Milano s. d.; 2° ed. italiana Società Editrice Barbarossa, Milano 1993; ed. tedesca Das Vierte Reich: Europa, Bruxelles 1966). Nel 1967 Thiriart progettò un libro intitolato Libération et unification de l’Europe. L’incarico di redigere gli ottocento paragrafi di questa opera venne assegnato a un collettivo composto di redattori della “Nation Européenne”.


 

Jean Thiriart

L'EUROPA FINO A VLADIVOSTOK
(1992)



Storia e geopolitica
La storia ha conosciuto le città-stato: Tebe, Sparta, Atene, poi Venezia, Firenze, Milano, Genova. Oggi essa conosce gli stati territoriali: Francia, Spagna, Inghilterra, Russia. Infine scopre gli stati continentali, come gli Stati Uniti d'America, l'attuale Cina e l'URSS di ieri. (1) Oggi l'Europa attraversa una fase di trasformazioni. Essa deve passare dallo stadio più o meno stabile degli stati territoriali allo stadio dello stato continentale. Per la maggioranza delle persone questa transizione è ostacolata dall'inerzia mentale, per non dire dalla pigrizia di pensiero. Pur essendo grande quanto un fazzoletto, Sparta era vitale sul piano storico, in quanto era vitale prima di tutto nel suo aspetto militare. Le dimensioni di Sparta, le sue risorse erano sufficienti a contenere un esercito capace di incutere rispetto a tutti i suoi vicini. Qui ci avviciniamo al problema capitale della vitalità degli stati. La città-stato storica è stata sostituita dallo stato territoriale. L'Impero romano ha preso il posto di Atene, Sparta, Tebe. E senza sforzo (2). Oggi la vitalità storica dello stato dipende dalla sua vitalità militare, a sua volta dipendente da quella economica; il che ci conduce alla seguente alternativa. Prima ipotesi: gli stati territoriali sono costretti a divenire satelliti degli stati continentali. Francia, Italia, Spagna, Germania, Inghilterra, rappresentano solo la finzione di stati indipendenti. Da tempo, dal 1945, tutti questi paesi sono divenuti satelliti degli Stati Uniti d'America. Seconda ipotesi: questi stati territoriali sono trasformati in un unico stato continentale - l'Europa.

Il fallimento storico di uno stato continentale : l'URSS
L'incresciosa disgregazione dell'URSS è spiegata, in particolare, dall'insufficienza teorica della comprensione dello stato in Marx, Engels, Lenin, e, parzialmente, Stalin. Già nel 1984, il mio discepolo e collaboratore José Cuadrado Costa, basandosi su lavori di Ortega y Gasset e miei personali, aveva pubblicato il brillante e profetico studio dal titolo "Insufficienza e obsolescenza della teoria marxista-leninista delle nazionalità". (3) Sul terreno della comprensione dell'essenza dello stato, i Giacobini evidentemente erano più avanti dei marxisti. In questo campo Marx rimane ai tempi romantici della Rivoluzione del 1848. Già alla fine del XVIII secolo Sieyes ha scritto sul modo di rendere "omogeneo" lo stato-nazione. Lo stato-nazione è frutto della volontà politica. Altro esempio marxista di stupidità, da ricondurre al romanticismo del XIX secolo, è costituito dall'idea di estinzione dello stato. E' difficile immaginare una sciocchezza più grossa. Si tratta di un vecchio sogno anarchico.(4) Così, Lenin ha preservato l'esistenza formale delle repubbliche. Scrivo volutamente il termine al plurale. Grazie all'applicazione del principio del centralismo nel partito comunista e alla particolarità della personalità di Stalin, questa finzione, questa commedia è durata fino al 1990. L'indebolimento del partito ha condotto allo sconvolgimento dell'URSS secondo linee di frattura risalenti al periodo 1917-1922. La finzione è divenuta realtà. Nel 1917 i giacobini russi hanno creato la Repubblica dei Consigli (richiamo la vostra attenzione sul genere singolare). Lenin ha accettato questa finzione dell'Unione delle Repubbliche Sovietiche (richiamo la vostra attenzione sul genere plurale) e l'ha tollerata. Nel periodo dal 1946 al 1949, al culmine della sua potenza, anche Stalin ha sostenuto la parvenza degli Stati "Indipendenti", dalla Polonia fino alla Bulgaria. Ancora un'imprudenza teorica.

Lo stato politico in opposizione allo stato etnico
Nel dizionario francese "Le Petit Larousse" è riportato che la condizione dell'omogeneità di un'etnia è costituita dalla sua lingua e dalla sua cultura. Ai fini di questo lavoro, darò una mia personale interpretazione allargata di questa nozione, avendo affermato che lo stato etnico trova supporto per la sua unità nella razza, nella religione, nella lingua, nelle fantasie collettive, nei ricordi collettivi, nelle frustrazioni e nelle paure collettive. La concezione dello stato politico (quale sistema aperto, in espansione) è diametralmente opposta a quella dello stato etnico (quale sistema chiuso, sistema fisso). Lo stato politico rappresenta l'espressione della volontà degli uomini liberi verso un futuro collettivo. Lo stato politico, o più esattamente lo stato-nazione politico, del quale - dopo Ortega y Gasset (5) - sono considerato il moderno teorico, consente agli individui di conservare l'individualità personale (perdonate questo pleonasmo barbaro, rozzo) nel quadro della società. Neppure due mesi fa mi sono espresso in merito all'importanza delle nozioni di Imperium e Dominium. (6) Dal 1946 non ho smesso di sviluppare questa concezione di origine romana. Ad un amico in politica, che mi definiva vallone (solo questo non mi bastava!), scrissi, come al solito, che io non sono né vallone, né fiammingo, né tedesco, né belga e nemmeno europeo. Io sono io. La persona di Jean Thiriart - questo è Jean Thiriart, gli scrivevo io. Non mi piace affatto figurare insieme ad altre persone in qualche schedario, nel quale si dice di "ricordarmi". Desidero conservare in ogni occasione la mia ironia socratica. Partigiano del totalitarismo quando il discorso verte sull'Imperium, divento anarchico nella sfera del Dominium. Marx e Engels non conoscevano assolutamente questa fondamentale dicotomia Imperium / Dominium; per questo scrissero “L'ideologia tedesca” contro Max Stirner. La visione dell'Imperium in Stirner (la libera scelta federativa, il diritto alla secessione, ecc. ecc.) resterà per sempre utopica e inapplicabile. Al contrario, la sua visione della libertà interiore, della sfera del Dominium, sarà sempre interessante. Io sono bolscevico, giacobino, prussiano, staliniano, quando il discorso verte sull'Imperium e sulla sua disciplina civica, ma i miei gusti ed interessi intellettuali, riguardanti la mia esistenza particolare, la mia vita nel quadro del Dominium, vanno ad Odisseo, campione dell'imitazione dei cinici, a Diogene, che alla domanda: "Vedi tu qualche brav'uomo in Grecia?", rispose "In nessun luogo, ma vedo dei bravi fanciulli a Lacedemone...". Diogene e gli altri cinici ammiravano l'ordinamento di Sparta, come è noto, perché gli spartani erano partigiani della disciplina, dell'austerità, nemici del lusso e della fiacca. Così come Diagora, sono contro la religione. Beninteso, nella sfera privata! Certamente, sono famoso come il messaggero dell'Europa unita da Dublino fino a Vladivostok.(7). Ma questa Europa unita, che descrivo e auspico, si connette alla sfera dell'Imperium. Ed è secondo me necessario un Imperium potente, dinamico, spietato - per poter essere efficace. Quanto alla mia personalità, essa si connette alla categoria del Dominium. Per la mia personalità culturale è impossibile scegliere categoria. Essa è unica, come unico è il mio codice genetico. Biologicamente, ogni uomo rappresenta l'incarnazione di un unico codice. E' uno. Nel campo della cultura - musica, architettura, letteratura, pittura, e così via - io esigo per me lo status di irremovibile individualista. Nello stato politico non possono esservi "minoranze", giacché queste hanno a che fare soltanto con le individualità, mentre la collettività ha a che fare con l'Imperium. Questi vincoli costituiscono delle limitazioni, che ho già menzionato sopra.

Sciagure recenti: federalismo, confederalismo
Non appena nella concezione della costruzione dello stato si introduce il "tandem" di concetti "Imperium-Dominium", simultaneamente perdono ogni senso ed utilità certe soluzioni sciagurate come il federalismo o, peggio ancora, il confederalismo. Non posso trattenermi dal citare qui un autore americano, del quale ho conoscenza per un'unica sua citazione, ma molto pertinente: "Ogni gruppo di persone, quale che sia il loro numero, per quanto simili siano l'una alle altre, e quale che sia la fermezza con cui professano un'opinione comune, alle fine si spezza in piccoli gruppi che sostengono diverse varianti di quell'opinione; in questi sottogruppi emergono sotto-sottogruppi e così via, fino al limite ultimo di questa divisione - quello del singolo individuo". Queste parole sono attribuite ad Adam Ostwald, autore di un testo dal titolo "La società umana". Gli anarchici del XIX secolo e molti altri, fra cui Proudhon, perseverarono nell’errore madornale, consistente nel credere che conflitti e tensioni in seno ai GRANDI gruppi possano quasi sparire, trovando soluzione da sé nei PICCOLI gruppi. E' questa l'armonia sociale del XIX secolo, l'armonia del piccolo gruppo, in opposizione all'orrore dell'insopportabile dominazione del grande gruppo. Persino Lenin inventò una sciocchezza storica nell'ambito dell'assurda concezione del sempre-benfacente-ed-armonioso-piccolo-gruppo", che lo costrinse poi a scrivere dell’estinzione dello stato, nonché a desiderarla e preannunciarla.

L'Europa fino a Vladivostok: la dimensione minima
Lo stato-nazione che voglia essere indipendente è obbligato a dotarsi di mezzi militari adeguati. Il possesso di questi mezzi dipende dalla demografici, dalla geografia, dall'autarchia in fatto di materie prime, dalla potenza industriale dello stato. Fra l'Islanda e Vladivostok possiamo unire 800 milioni di persone (non fosse altro, per mantenere l'equilibrio con 1.200 milioni di Cinesi) e trovare nel sottosuolo della Siberia tutto il necessario per soddisfare il nostro fabbisogno energetico e strategico. Affermo che, dal punto di vista economico, la Siberia è la provincia dell'impero Europeo maggiormente necessaria alla sua sostenibilità. Una grande unione dell'Europa Occidentale altamente industrializzata e tecnologicamente all'avanguardia con l'Europa Siberiana che dispone di riserve pressoché inesauribili di materie prime, consente la creazione di un potentissimo Impero repubblicano, col quale nessuno potrà far altro che venire a patti.

Limiti imposti dall'impero Europeo
Questo stato costituisce un'unità. Non vuol saperne e non tollera divisioni né orizzontali (autonomie regionali) né verticali (classi sociali).(8) Il suo principio fondamentale costituisce un'unica cittadinanza: in qualsiasi luogo dell'impero Europeo il suo cittadino possiede diritto di scegliere, essere scelti e lavorare. Egli può in assoluta libertà cambiare luogo di residenza e di lavoro. La sua qualificazione professionale è riconosciuta nell'intero Impero: il medico che ha ottenuto il suo diploma a Madrid, può esercitare senza restrizioni a San Pietroburgo. Ogni corporativismo regionale è escluso. IL distacco di qualsiasi territorio è escluso in virtù del principio fondamentale, postulato. Nuovamente faremo uso del principio dei giacobini: "La Repubblica è unitaria e INDIVISIBILE". Non conviene ripetere l'errore leniniano del "diritto all'autodeterminazione". La “regione” o l’ex stato nazionale entrano in essa per sempre. L'unità di questo stato è irreversibilmente consolidato dalla legge costituzionale. Al contrario, questo Impero può estendersi, non mediante "conquiste" ma per annessione di coloro che vogliono unirsi ad esso. L'esercito è popolare ed integrato. Una singola casta militare non può godere di qualsiasi monopolio o privilegio con la scusa della professionalità. Questo esercito sarà completamente subordinato al potere politico. Nei primi 20-25 anni della sua esistenza, una speciale attenzione dovrà essere accordata a questo esercito, che le reclute chiamate dalle diverse regioni prestino servizio assieme. Non è necessario presupporre l'esistenza di reggimenti croati o divisioni francesi o corpi d’armata tedeschi o russi. La valuta è unica. Il possesso di valuta straniera o il suo impiego come mezzo di pagamento è punibile. Non è forse umiliante, vergognoso, che oggi sia possibile recarsi in Russia, purché provvisti di dollari americani? E’ umiliante sia per i turisti dell'Europa occidentale, sia per i Russi. È un simbolo della nostra comune caduta: gli Europei d’Occidente colonizzati nel 1945, gli Europei d’Oriente balcanizzati e colonizzati nel 1990. Sarebbe più corretto pagare l’albergo di Mosca in ECU europei, anziché in dollari stranieri. La lingua intermedia dovrebbe diventare l’inglese.(9) Non ho scritto “americano”. Qui sta la mia scelta inevitabile, pragmatica. Il concetto di legislazione uniforme è uno dei principi fondamentali di questo Impero. Diritto civile, diritto criminale, diritto del lavoro, diritto commerciale sono uniformi. Interpretazione ed applicazione della legge sono ovunque identici.

Il Dominium e i suoi limiti
Ognuno conosce il detto, secondo cui la libertà di una persona finisce là dove inizia la libertà di un’altra. In un precedente articolo (6) ho indicato, fra le sfere generali dell’Imperium, quelle in cui la Repubblica unitaria “.. non viene mai meno …”. Quanto al Dominium, esso presuppone illimitata libertà di scelta, il godimento di tutte le libertà personali che non ledono l’Imperium. Queste libertà sono garantite nell’ambito della vita privata. Nei sistemi e regimi politici invecchiati (logori, deboli) sentimenti, emozioni, paure della vita privata inevitabilmente cercano di entrare - fin troppo spesso, ahimè – nella vita politica. L’Imperium dovrebbe restare una sfera elaborata, organizzata e diretta soltanto dalla neo-corteccia. Per comprendere il comportamento di una persona è necessario studiare i meccanismi del cervello.(10) Ripeto qui la mia battuta preferita riguardo a me stesso: “Non ho un’anima, ho un cervello”. In realtà, come tutti gli individui, possiedo tre cervelli, e precisamente:
- la corteccia originaria, la più antica (la scorza vecchia del cervello) ci consente di camminare, arrampicarsi, strisciare o dare un colpo ad effetto ad un pallone da basket;
- il cervello “medio” (mesocorteccia) contiene tutta la mia “garanzia programmata” emozionale, necessaria alla sopravvivenza . Sergej Chakhotin, discepolo di Pavlov, ha da tempo descritto queste passioni e queste emozioni.
Alla sopravvivenza di un individuo contribuiscono gli impulsi alla lotta e alla nutrizione; alla conservazione della specie, l’inclinazione sessuale e parentale (associativa). E infine il più moderno dei nostri tre “programmi di garanzia“ è costituito dalla neocorteccia, questo magnifico strumento dell’uomo. Strumento insufficientemente utilizzato. La vecchia scorza del cervello conta già 200 milioni di anni. La neocorteccia si è formata solo un milione di anni fa. Questa dottrina (tesi) sui tre tipi di cervello, “l’un l’altro sovrapposti”, o sul triplice cervello, come scrive il traduttore francese Roland Guyon, fu avanzata dal fisiologo americano Paul D. Mac Lean. Venne resa popolare da Arthur Koestler.(10) Nel suo “Psicologia sociale” Otto Klinberg si sofferma a lungo sulla questione della condotta emotiva dell’individuo. Due secoli prima della comparsa dei lavori scientifici di Paul D. Mac Lean, Sieyes ha anticipato questa moderna tesi dei tre cervelli sovrapposti l’un l’altro. Bastid, nelle 328 pagine della sua dissertazione, cita il manoscritto di Sieyes sul tema “ Del cervello e dell’istinto”. Molto prima di me Sieyes si meravigliò ed irritò per le pseudo-dimostrazioni nel linguaggio dei politici. Se anch’io impongo al lettore questa digressione, è solo per mostrare che gran parte dei discorsi politici aspri, aggressivi proviene dal nostro cervello medio superemotivo. Studiare bene il discorso politico è possibile soltanto conoscendo il meccanismo di funzionamento del cervello umano. In questo caso è facile individuare le ragioni del rinchiudersi in se stessi, dell’odio verso qualcos’altro. Diventa un semplice problema clinico, spiegato dalla fisiologia del cervello. Per molti anni mi sono imbattuto in “scrittori” che descrivevano la politica come riflesso del comportamento “meso-corticale” (passioni, emozioni, impulsi, frustrazioni, timori, repulsioni), mentre io con tutte le forze tento di descrivere una Repubblica “neo-corticale”… sic! Uno dei miei critici ha detto di me che sono un “mostro freddamente razionale”. Concordo con lui, e preferisco questa condizione a quella di “mostro bacchico irragionevole”, tanto amato dai monelli post-nietzscheani. Costantemente raccomando al lettore istruito che si interessa di politica di familiarizzarsi con le opere di Paul D. Mac Lean. L’assurdità del discorso politico pseudo-razionale che pretende di essere persuasivo (l’avvocato convince, lo scienziato dimostra) risalta chiaramente dalla seguente affermazione di Marc Jeannerod: «…il carattere indiretto delle relazioni fra il soggetto e il mondo esterno. Il soggetto si crea da sé la propria rappresentazione di questo mondo e questa rappresentazione governa la sua azione. In questa prospettiva, l’azione non costituisce una risposta a una qualche SITUAZIONE esterna, ma piuttosto la conseguenza o il prodotto di quella certa RAPPRESENTAZIONE”». Ogni primitivo vaniloquio sull’”ethnos” si spiega molto semplicemente con questo concetto di (fittizia) “rappresentazione” di una realtà rifiutata (produzione di realtà). Rifiuto della realtà, necessità del sogno ad occhi aperti. Per l’individuo che abbia ricevuto una rigida formazione scientifica, la politica e il suo linguaggio rappresentano un’ovvia assurdità. Gli uomini si gettano l’un l’altro in faccia invenzioni ed immagini di inimicizia personale, e rifiutano di accettare quelle situazioni… Ma ritorneremo sui tre tipi di cervello di Mac Lean. Quando consideriamo le orbite dei satelliti, le traiettorie delle sonde cosmiche, la resistenza dell’acciaio, le correzioni ottiche introdotte nella preparazione di una foto-lente, usiamo soltanto la nostra neocorteccia. Nel corso di un litigio fra automobilisti, finita in rissa, usiamo i cosiddetti meccanismo cervelli reattivi (archi-corteccia) ed emotivi (mesocorteccia) del cervello, e ci comportiamo come i mammiferi e i rettili. Nella rissa fra automobilisti, prendono il sopravvento gli impulsi aggressivi, che gradualmente sopprimono le funzioni regolatrici della neo-corteccia. L’inclinazione sessuale, a volte insopprimibile, ci spinge a desiderare la figlia minorenne del vicino. La medesima persona funziona sempre con l’aiuto di questo doppio “programma”: il programma degli impulsi-passioni-sentimenti-emozioni, e il programma del pensiero assolutamente razionale. Questa digressione era necessaria per passare alla questione del governo del popolo. La religione si riferisce al campo del Dominium. Essa rappresenta una specie di attività privata, che in nessuno modo dovrebbe possedere la facoltà di influire sulla vita pubblica (con il conseguente rischio di vedere come gli “islamici” hanno sfidato l’autorità in Jugoslavia). E’ ridicolo supporre che la religione possa interferire con una ragionevole vita politica, nell’Imperium. Proprio per negligenza verso questo principio sono avvenute stragi disgustose e stupide in Libano, Palestina, Armenia, Jugoslavia e Moldavia. Coloro che mischiano religione e politica costituiscono gli attuali “apprendisti stregoni”. Rei di crimine sono coloro che hanno instaurato questo stato di tensione ma, dal punto di vista storico, rei anche coloro che per dilettantismo politico hanno chiuso gli occhi sul fatto che le passioni religiose possano essere usate nel contesto politico. Nell’Imperium laico dell’Unione delle repubbliche europee la libertà di confessione religiosa sarà permessa (preferirei scrivere ”ammessa“) nel quadro del Dominium e soppressa inesorabilmente al primo tentativo di interferire con l’area di competenza dell’Imperium. Razzisti spudorati e falsi hanno elaborato la tesi della etno-differenziazione (sic) e della “identità etnoculturale” (re-sic). Come risultato di ciò, sono scoppiate vere e proprie guerre in Moldavia, in Jugoslavia, nel Caucaso, guerre dirette da criminali comuni, per essere più precisi e schietti- da gangster. Sono già vent’anni che, insieme con rapine, prostituzione, gioco d’azzardo, narcotraffico, criminali e delinquenti mostrano interesse persino per la questione delle “minoranze oppresse”. Queste follie religiose ed etno-differenziali sono state abilmente manipolate dapprima da ciarlatani e poi da gangsters, queste cosiddette follie, che si servono di disperati con fucile automatico in mano, ci trascineranno tanto in basso da trasformarci nelle “mille tribù della Nuova Guinea”, cacciatori di teste. In conclusione voglio dire che il Dominium sottende una quasi incontrollata libertà di opinione (persino delle più idiote), ma che l’Imperium dell’Unione delle repubbliche laiche mai, neppure per un istante, ammetterà la libertà di fare “tutto quel che si vuole”. Dal 1945 la storia ci fornisce chiari e sanguinosi esempi di ciò che NON conviene fare. Di ciò che non va permesso che accada domani.

Quando Mosca malata chiama in aiuto i guaritori
Quel che da due anni avviene in Russia è pura pazzia. L’economia doveva essere liberalizzata passo dopo passo, dal basso (11) verso l’alto, fermandosi ad ogni stadio per 2-3 anni. Invece di ciò, a Mosca sono ammessi i peggiori avventurieri della finanza internazionale. Si apre la vendita a saldi dei risultati del lavoro di tre generazioni del popolo sovietico. Gli squali di Wall Street incominciano ad interessarsi troppo all’economia dell’ex URSS. Non si dovevano allentare i suoi bulloni politici consentendo la separazione dei suoi popoli, anche se Lenin, nella sua incultura politica (patrimonio del marxismo ascendente verso il 1848) ammise (con molta ipocrisia e molta leggerezza) il « diritto all’autodeterminazione ». La partizione politica e militare dell’URSS è e sarà un imperdonabile errore storico. Un fatto dannoso ed irreversibile. Le forze centrifughe distruggeranno in cinque anni distruggeranno quello che le forze centripete hanno creato in quattro o cinque secoli. All’inizio si dovevano riempire gli scaffali dei negozi di salumi e di pane, favorendo la creazione di un milione di imprese di piccole dimensioni (da uno a 50 lavoratori). Al tempo stesso si doveva rafforzare la repressione politica nei confronti di tutti questi “combattenti” per la separazione, l’indipendenza e l’autonomia. Altri esempi della condotta suicida dei nuovi dirigenti russi consiste nei loro “viaggi“ a Washington, anziché accordarsi per ricevere aiuti economici dall’Europa Occidentale. Dal punto di vista storico e geopolitico gli USA sono il nemico speciale dell’URSS. La strategia storica degli USA consiste nel separare l’Europa e smembrare l’URSS. Per quattro secoli l’Inghilterra ha condotto le stesse politiche contro i re spagnoli, contro la Francia e la Germania. Oggi l’Inghilterra ha ceduto il posto agli USA. Ma ancora ieri instancabilmente mirava a distruggere la principale forza continentale, capace di unire in una federazione il continente europeo: gli Absburgo spagnoli, Bonaparte, Guglielmo II, Hitler.

La Russia “solitaria” è il futuro “Brasile delle nevi”
La divisione dell’URSS è irreversibile. Alla “Grande Russia” non è rimasta più alcuna chance di essere una grande potenza. Quindi la “Russia solitaria” è un paese senza futuro, al pari della Germania dopo il 1945 e della Francia dopo il 1962. Dal punto di vista storico, la Germania fu svuotata di significato nel 1945.Pur rappresentando oggi una grande potenza industriale, essa è completamente passiva, assolutamente ininfluente nell’arena politica internazionale.(12) Ecco che già da 47 anni la Germania non ha più una politica estera. In sé, questo non è un male per l’unità europea. L’isteria nazionalista ha causato grande danno all’Europa: due guerre suicide – nel 1914 e nel 1939. Se qualche sognatore ancora accarezza la speranza che la Russia divenga la “Grande Russia”, una potenza di prima categoria, che costui sappia fin d’ora che Washington ha ancora molti pugnali. Cinicamente, Washington ha già giocato la carta di Baghdad contro Teheran poi la carta di Ryadh e dei suoi complici a Damasco e al Cairo contro Baghdad. Washington possiede ancora molte spade di riserva con cui, in caso di necessità, terminare la partizione dell’URSS e in seguito occuparsi della partizione della Russia stessa. Se necessario, Washington senza il minimo dubbio giocherà contro Mosca la carta di Pechino, o la carta del mondo islamico (dal Pakistan al Marocco). Oggi Francia, Inghilterra, Germania sono soltanto la finzione storica di uno stato indipendente, soltanto la parodia di questo. E tutti questi cosiddetti “grandi” paesi non hanno più una propria politica estera. La guerra in Irak ha dimostrato che a Washington Francia e Inghilterra servono solo come fornitori di “fucilieri senegalesi”.

NOTE

(1) Nel periodo fra il 1981 e il 1985 ho pubblicato una serie di lavori (tradotti, in parte, in lingua russa), che adombravano la possibilità teoretica di un’unione dell'Europa da Oriente a Occidente mediante la ripetizione di uno scenario storico cosiddetto "macedone"... Dall'anno 338 fino alla rivolta di Galilea, a Cheronea, Filippo il Macedone realizzò di fatto l’unione della Grecia. In quei lavori il discorso si è indirizzato al metodo militare-ideologico di unire l'Europa nella direzione da Vladivostok a Dublino. Il continente cinese fu unito già 22 secoli addietro sotto un insigne politico - Tsin Shihuanti. Dinastia Tsin (221-206). Stato unitario centralizzato, direzione burocratica; subordinazione dei feudatari. Costruzione della Grande muraglia cinese. Gli eventi successivi hanno costretto a dimenticare la paura dell'Esercito Sovietico e l’avversione abilmente alimentata nei confronti del comunismo. Nel 1992 la soluzione "macedone" appare già inadeguata a paragone con il periodo 1982-1984. Oggi dobbiamo elaborare una concezione della riacquisizione dell'intero territorio sovietico mediante la costruzione della Grande Europa, formularla e desiderare con impazienza la sua realizzazione. La concezione infantile ed antistorica della "Comunità degli Stati Indipendenti", offerta dall'ingenuo Gorbacev, non possedeva la minima chance di successo. Fu un bambino nato morto. Evidente la sua assurdità semantica: comunità di indipendenti (sic)...; con altrettanto successo si potrebbe parlare di devoti coniugi cattolici praticano il libero amore.
(2) Roma fu uno STATO POLITICO, che mirava ad espandere i suoi confini. Non lo furono, sul piano teoretico, le città di Sparta, Atene e Tebe, con la loro concezione, condannata all’immobilismo, della "città-stato immanente e secolare". Circa 2000 anni dopo, anche la Prussia diventerà uno stato politico espansionista. Ma tale espansione non necessariamente presuppone la conquista. Ecco un esempio teorico e concreto di ciò. Se negli anni 1950-55, nel vivo della guerra fredda, gli USA ci avessero offerto l'integrazione politica dell'Europa Occidentale in un'onesta e sincera struttura "Atlantica", saremmo stati testimoni della nascita della Repubblica Atlantica, estendentesi da San Francisco a Venezia e da Los Angeles a Lubecca. Cito questo esempio teorico affinché sia leggibile la differenza fra il consueto imperialismo che assoggetta e l'imperialismo integrazionista. Proprio questa chiara possibilità di espansione deve possedere anche la Repubblica Unita Europea. Tutti i miei concetti geopolitici presuppongono la necessità della sussistenza di uno stato-nazione vitale.
Uso la geopolitica ai fini della formazione della concezione e della descrizione della vitalità della Repubblica. Io sono un teorico della geopolitica, mentre Haushofer e Spykman ne erano ideologi. Sono entrambi degli imperialisti malamente mascherati. Fra teorico e ideologo corre una differenza enorme. Haushofer razionalizzava appena il suo animalesco pangermanesimo. La sua concezione di un blocco "Berlino - Mosca - Tokyo" rappresentava non più che una copertura razionale delle sue elucubrazioni pangermaniche. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, si fanno forza del "carattere manifesto del destino" (Manifest Destiny). E’ una geopolitica ideologica, messianica, nata dalle fantasie, a loro volta scaturite dall’abituale lettura di una letteratura paranoica e da scorrerie nel testo biblico. Weinberg elenca gli espressivi titoli dei capitoli di questa paranoia storica: "geographical predestination", "the mission of regeneration", "inevitable destiny", "international police power". Psicologi e psichiatri troveranno in questo alimento per riflessioni e svago. La mia concezione geopolitica è qualcosa di completamente diverso. Direi che "l’anticipazione industriale e tecnologica, propria degli Stati Uniti, deve o può creare una situazione tale da dirigere con ragione e giustizia lo Stato Continentale, esteso dall’Alaska alla Patagonia”. Invece di far “scorrazzare” provocatoriamente la propria flotta nel Mar Cinese e nel Mediterraneo. Le teorie geopolitiche ideologiche operano in termini di subordinazione e/o sfruttamento, mentre la geopolitica teorica “nel suo aspetto puro” si occupa dell’elaborazione e della costruzione di stati vitali.
(3) José Cuadrado Costa, "Insuffisance et depassement du concept marxiste-leniniste de nationalité", Octobre 1984 in "Conscience Européenne" n.9, Charleroi, Belgique.(Il concetto di "nazionalità" in Marx, Engels, Lenin, Stalin, Ortega y Gasset e Jean Thiriart). Esiste in spagnolo, francese e russo.
(4) Questo lavoro di Daniel Guérin ("L'Anarchisme", Poche Gallimard) va letto criticamente. In esso è scritta tutta la stupidità romantica del XIX secolo. E' duro trovare qualcuno più ingenuo e sciocco di Proudhon. Ha descritto un mondo idilliaco, il mondo della "federazione delle federazioni". Non ha previsto le guerre di Moldavia, Croazia e Armenia con lo scopo della brutale distruzione della “Minoranza delle Minoranze”. E con una sola raffica di mitra !
(5) José Ortega y Gasset, "La Révolte des Masses", Editions Stock 1961. José Ortega y Gasset, "La vocation de la Jeune Europe", Revue de la SS Universitaire "LA JEUNE EUROPE", Berlino 1942, Quaderno 8.
(6) Jean Thiriart "EUROPE: l'Etat-Nation Politique", nella rivista "Nationalisme et Republique" n.8, giugno 1992, 25, Cours Foch 13640, La Roque d'Antheron (France).
(7) Da oltre un quarto di secolo vado sviluppando la concezione dell'Europa come: (a) stato unitario; (b) delle nazioni europee. Il Generale de Gaulle voleva una Francia forte (e unita) in un'Europa impotente (confederata).
Così non piacque all'Europa. Come Maurras, si trovò la strada sbarrata. Nel 1965 lo scrittore tedesco Heinz Kubi mi diede una stoccata riguardo agli (antichi) profeti della Grande Germania, ai quali io appartenevo.
Kubi scrive: L'Europa, una nazione? Il paradosso del panorama politico dell'Europa occidentale consiste nel fatto che i medesimi intolleranti in opposizione reciproca (sulla questione europea: gollisti-confederalisti e thiriartisti-unitaristi, J.Th.) sono sostenitori della medesima concezione dello stato. Per De Gaulle è impensabile che lo stato possa o debba essere qualcosa di diverso dallo stato nazionale, dal momento che la nazione costituisce il fondamento giuridico unitario della politica. Questa rappresenta la concezione dominante in una frazione dell'opposizione europea ("Jeune Europe", J.Th.). Quest'ultima vuole uscire dal quadro della nazione, ma non è in grado di offrire alcun altro tipo di stato, se non nazionale. Così, essa vuole sostituire gli stati attuali con lo stato nazionale Europeo. Sogna di una nazione europea, e non è un caso che su questo tema converga con i profeti della “Grande Germania” e con altri fascisti del passato (cfr. p.312 dell'edizione francese).
Vedi "PROVOKATION EUROPA”", Kiepenheuer und Witsch, Koeln-Berlin, 1965; tr. francese “Défi à l’Europe”, Seuil 1967. Ho conosciuto fin troppo bene la sconfitta della “Grande Germania” razzista, sia in guerra sia in seguito, negli anni di reclusione. Ne ho tratto utili lezioni riguardo al fatto che lo stato unitario sul piano della razza (quello di Hitler) non può espandersi senza continue guerre. Perciò, in una cella buia, ho elaborato la concezione di uno stato unitario espansionista politico (non razzista). Ho ripreso e sviluppato la concezione di Sieyes e Ortega-y-Gasset, il concetto di nazione politica da “arrotondare” fino ad un più alto destino, un destino europeo.
(8) In occasione di un incontro, il 7 settembre 1789, l’abate Sieyes ha detto e ripetuto in modo chiaro e non ambiguo: “Sovrana è soltanto la Nazione. La Nazione non ha ordini, né classi, né gruppi. La sovranità non si divide e non si trasmette”. Vedi Colette Clavreuil, “L’influence de la théorie d'Emmannuel Sieyes sur les origines de la representation en droit public”, tesi di dottorato all’Università di Parigi, 1982; Jean-Denis Bredin, “Sieyes, la clé de la Revolution française”, Ed. de Fallois, Parigi 1988; Paul Bastid, “Sieyes et sa pensée”, ried. Hachette 1970. Nessuno ha saputo formulare il concetto di stato Unitario meglio di Sieyes. Quanto a me, trasferisco questo concetto di repubblica Unitaria e indivisibile nella mia riflessione sulla creazione di una repubblica Imperiale da Dublino a Vladivostok. Come Sieyes, sono stufo di tutte queste teorie federative, fonti di minacce di guerre civili, fonti di spartizioni territoriali.
(9) Per colui che ha ricevuto una preparazione scientifica, tutti i nostri linguaggi sono mezzi di espressione troppo deboli, non chiari, caduchi. Il linguaggio scientifico è univoco, quello letterario è sempre ambiguo. Proprio per questo motivo i “letterati” non si esprimono mai chiaramente in sociologia o in politica. Vedi l’opera fondamentale di Louis Rougier, “La métaphysique et le language”, Denoel 1973. Di fatto in tutto il mondo l’inglese è di già, e inevitabilmente, la lingua comune in scienza e tecnologia. L’istituto Pasteur di Parigi non pubblica più nulla in francese. Tutti i suoi lavori sono pubblicati solo in inglese.
(10) Paul D. Mac Lean, “Les trois cerveaux de l'homme”, Robert Laffont 1990 (tr.francese).
Arthur Koestler, “Le cheval dans la locomotive ou le paradoxe humain”, Calmann-Lévy 1968.Cfr. cap. XVI, “I tre cervelli”. Koestler si rivolge ai molti lettori istruiti. Mac Lean scrive per il lettore che già abbia familiarità con la neuropsicologia del cervello. Sergej Chakhotin, “Le viol des foules par la propagande politique”, Gallimard 1952. Chakhotin è allievo e seguace di Pavlov. La sua “Violenza alle masse” è un’opera capitale, indispensabile a coloro che vogliano approfondire la questione. Otto Klineberg, "Psychologie Sociale", Presses Universitaires de France 1967. José M.R. Delgado "Le conditionnement du cerveau et la liberté de l'esprit" Charles Dessart, Bruxelles, 1972 (trad. francese); Jean-Didier Vincent, “Biologie des Passions”, Seuil 1986; Marc Jeannerod "Le cerveau-machine", Fayard 1986; Guy Lazorthes "Le cerveau et l'esprit - Complexité et malleabilité", Flammarion 1982.
(11) Jean Thiriart e René Dastier (1962-1965) "Principes d'Economie Communautaire", 170 pp. (varie ed. di Luc Michel, 1986). Lavoro complessivo sulle teorie socio-economiche di Jean Thiriart. (Il socialismo su scala europea: comunitarismo). Esiste anche un’esposizione breve di questa dottrina, pubblicata in un volumetto di 42 pp.: : Yannik Sauveur e Luc Michel "Esquisse du Communautarisme" (1987). Infine, l’articolo di Jean Thiriart “Esquisse du communautarisme” (1987) pubblicato dalla rivista “La nation européenne”, n.1, febbraio 1966.
L’attuale regime russo sta realizzando la liberalizzazione dell’economia nella direzione più perniciosa. Comincia invocando l’aiuto degli squali della finanza internazionale, cosa da non farsi. Ed Eltsin lo ha fatto dimostrandosi un dilettante, un individuo privo di cognizioni tanto in campo economico quanto in campo storico. Sarebbe stato più corretto: (a) liberalizzare immediatamente tutte le imprese con forza lavoro da una a 50 persone; (b) in 2-3 anni liberalizzare tutte le imprese che impiegano da 50 a 500 lavoratori. Era necessario andare dal basso verso l’alto, dalla liberalizzazione immediata delle piccole imprese fino a quella delle imprese di importanza molto maggiore in 6-8 anni. La libera impresa stimola il lavoro; è impossibile dire lo stesso della speculazione finanziaria internazionale, che mira solo al guadagno immediato. Non staremo qui a descrivere l’ampio margine che corre fra capitalismo industriale (Ford, Renault, Citroen) e il capitalismo speculativo bancario (Fondo Monetario Internazionale). Centinaia di pagine di ricerca economica di Dastier e Thiriart (1962-1955) sono dedicate a questo soggetto. Semplificando notevolmente, sarebbe possibile affermare che comunitarismo significa economia completamente libera per le imprese con un volume di occupazione fino a 50 persone, economia regolata per le imprese con oltre 500 occupati, ed economia di stato per quelle con oltre 5.000 occupati. E’ un sistema “a geometria variabile”, intermedio fra capitalismo industriale e socialismo classico.
(12) La Germania contemporanea è da un lato un gigante economico, dall’altro un eunuco politico. E’ un paese stroricamente evirato dal 1945. La Germania odierna è una delle zone di sfruttamento dell’economia cosmopolita, fondata su Wall Street. List ha brillantemente dimostrato la differenza fra economia cosmopolita ed economia politica. A partire da tale differenza, Thiriart ha costruito la sua teoria dell’economia del potere contrapposta all’economia americana orientata alla raccolta del profitto. Esiste un’eccellente analisi delle idee di List, realizzata dall’americano Edward Mead Earl (vedi Edward Mead Earl, in “Makers of Modern Strategy”, Princeton University 1943). Nel 1980 la casa editrice Berger-Levrault ha pubblicato quest’opera in traduzione francese con il titolo “Les maitres de la stratégie" (Cap. 6: “Adam Smith, Alexander Hamilton, Friedrich List: les fondements economiques de la puissance militaire”). List visse a lungo negli USA. Affermò che “la ricchezza è inutile, senza la potenza della nazione”. Della qualità del suo lavoro analitico, Edward Mead Earl scrisse che era degno di figurare in un’antologia di lavori di geopolitica.

 


Carlo Terraciano

JEAN THIRIART:
PROFETA E MILITANTE


“J’écris pour une espèce d’hommes qui n’existe pas ancore,
pour les Seigneurs de la Terre …
(F. Nietzsche, La Volontè de puissance).

“ Scrivo per una categoria di uomini che non esiste ancora,
per i Signori della Terra…”


L’improvvisa scomparsa di Jean Thiriart è stata per noi come un fulmine a ciel sereno; per noi, militanti europei che, nel corso di vari decenni, abbiano imparato ad apprezzare questo pensatore dell’azione, soprattutto dopo il suo ritorno alla politica attiva, dopo svariati anni di “esilio interiore” nel quale ha potuto meditare e riformulare le sue precedenti posizioni. A maggior ragione, la sua morte ha sorpresi noi, suoi amici italiani che lo abbiamo conosciuto personalmente nel suo viaggio a Mosca nel 1992, nel quale formavamo insieme una delegazione Europea-Occidentale in visita alle personalità più rappresentative del Fronte di Salvezza Nazionale. Questo fronte, grazie al lavoro dell’infaticabile Alexandre Dugin, animatore mistico e geopolitico della rivista Dyenn (il Giorno), iniziò a conoscere e a stimare gran parte degli aspetti del pensiero di Thiriart e li ha diffusi nei paesi dell’ex-URSS e in Europa Orientale. Personalmente, ho l’intenzione, nelle pagine che seguono, di onorare la memoria di Jean Thiriart sottolineando l’importanza che il suo pensiero ha avuto e ha ancora oggigiorno nel nostro paese; dagli anni ‘60/’70 nel campo della geopolitica. In Italia la sua fama riposa essenzialmente nel suo libro, il solo che ha realmente dato una coerenza organica alle sue idee nel campo della politica internazionale: “Un Impero di 400 milioni di uomini, l’Europa” edito da Giovanni Volpe nel 1965, quasi trent'anni or sono. Erano passati solo tre anni dalla fine dell’esperienza francese in Algeria. Questo drammatico evento fu l’ultima grande mobilitazione politica della destra nazionalista, non solo in terra di Francia, ma anche negli altri paesi d’Europa, Italia compresa. Le ragioni profonde della tragedia algerina non furono comprese dai militanti anti-gollisti che lottavano per un’Algeria francese. Non avevano capito quali erano le implicazioni geopolitiche di tale avvenimento e non compresero che le potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale, in primo luogo gli Stati Uniti, intendevano ridistribuire le carte a loro vantaggio. Quanti di questi militanti dell’Algeria francese compresero allora qual’era il NEMICO PRINCIPALE della Francia e dell’Europa? Quanti di questi uomini capirono intuitivamente che, sul piano storico, la perdita dell’Algeria, preceduta dalla perdita dell’Indocina, erano le conseguenze dirette della disfatta europea del 1945? In effetti non fu solo una sconfitta della Germania e dell’Italia, ma dell’EUROPA INTERA, Gran Bretagna e Francia compresa. Non una sola colonia del vecchio sistema coloniale fu risparmiata dall’assoggettamento ad una nuova forma, più moderna e sottile, di imperialismo neo-coloniale. Meditando sugli avvenimenti di Suez (1956) e d’Algeria, i “nazional-rivoluzionari”, come si solevano chiamare loro stessi, finirono con il formulare diverse considerazioni ed analisi sulle conseguenze di questi due tragici avvenimenti: considerazioni ed analisi che li differenziavano sempre più dalla "destra classica” del nostro dopo guerra, animata da un anti-comunismo viscerale e dallo slogan della difesa dell’Occidente, bianco e cristiano, contro l’assalto congiunto del comunismo sovietico e dei movimenti di liberazione nazionali dei popoli di colore del Terzo Mondo. In un certo senso, lo choc culturale e politico dell’Algeria può essere comparato a ciò che fu, per la sinistra, l’insieme degli avvenimenti d’Indocina, prima e dopo il 1975. La vecchia visione della politica internazionale era perfettamente integrata alla strategia mondiale, economica e geopolitica della talassocrazia americana che, con la Guerra Fredda, era riuscita a riciclare le diverse destre europee, i fascisti come i post-fascisti, in funzione del suo progetto geostrategico di dominio mondiale. Il tutto per arrivare oggigiorno al “Nuovo Ordine Mondiale”, già parzialmente abortito e che sembra essere la caricatura capovolta e satanica dell’”Ordine Nuovo” eurocentrico di hitleriana memoria. La Nuova Destra francese, per fare un esempio, cominciò il suo cammino nel periodo della rivolta d’Algeria per intraprendere una lunga marcia di revisione politica ed ideologica, che ha portato al recente viaggio di Alain de Benoist a Mosca, tappa obbligata per tutti gli oppositori rivoluzionari d’Europa al Sistema Mondialista. L’apertura è quindi stata fatta da De Benoist, a dispetto delle sue ricadute e ulteriori rinnegamenti, appoggiati da qualcuno dei suoi più stretti collaboratori, i quali non hanno ancora evidentemente capito pienamente la portata reale di questi incontri tra Europei occidentali e Russi a livello planetario e preferiscono perdersi in sterili querelle di basso profilo, che non trovano altro che motivazioni personali, le quali rilevano piccoli odi e rancori idiosincratici. In questo campo come in altri, Thiriart aveva già dato l’esempio, opponendo alle differenze naturali esistenti tra gli uomini e le loro scuole di pensiero, l’interesse supremo della lotta contro l’imperialismo americano e sionista. Per tornare all’Italia, dobbiamo ricordarci la situazione che regnava in quel lontano 1965, quando prese forma l’opera di Thiriart: le forze nazional-rivoluzionarie, ancora integrate nel Movimento Sociale Italiano, erano allora vittime di un PROVINCIALISMO vetero-fascista cinicamente utilizzato dalle gerarchie politiche del MSI, completamente asservite alle strategie degli Stati Uniti e della NATO (linea politica che sarà seguita con fedeltà, anche nel corso della breve parentesi gestionale “rautiana”, che appoggiò l’intervento delle truppe italiane in Irak a fianco degli USA). I capi di questa destra collaborazionista utilizzarono i gruppi rivoluzionari di base, composti essenzialmente da giovani, per creare delle concentrazioni militanti destinate, in ultima istanza, a procacciare i voti necessari per mandare in parlamento dei deputati che avrebbero poi appoggiato esternamente governi reazionari di centro-destra. Tutto questo poi, non nell’interesse dell’Italia o dell’Europa, ma solamente di quello della potenza occupante, gli Stati Uniti. Una volta ancora siamo di fronte ad un piccolo nazionalismo centralizzatore e sciovinista, utilizzato con profitto per interessi stranieri e cosmopoliti! Era anche il periodo nel quale l’estrema destra era ancora in grado di mobilitare sulle piazze d’Italia migliaia di giovani per manifestare "l’Italianità eterna di Trento e Trieste" o per commemorare ogni anno i caduti d’Ungheria del 1956! Il Maggio ‘68 era ancora lontano, sembrava ancora distante anni luce! La destra italiana, nelle sue prospettive, non vedeva altro che questa “rivoluzione”. In un tal contesto umano e politico, vetero-nazionalista, provinciale ed, in pratica, filo-americano (che sboccherà in seguito nella farsa pseudo-golpista del 1970, che avrà per conseguenza, nel corso di tutto il decennio, i tristi “anni di piombo”, con il loro seguito di crimini), l’opera di Jean Thiriart fu per un grande numero di nazionalisti una vera e propria bomba; un elettro-choc salutare che mise l’estremismo nazionalista davanti a problematiche, che pur non essendo nuove, erano state dimenticate o erano cadute in disuso. Oggi, non possiamo non tenere conto degli effetti politici prodotti dal pensiero di Thiriart, anche se questi stessi effetti, in un primo tempo, furono alquanto modesti. Diciamo che a partire dalla pubblicazione del libro di Thiriart, la tematica europea è divenuta poco a poco il patrimonio ideale di tutta una sfera politica che, negli anni seguenti, svilupperà le tematiche antimondialiste attuali. Possiamo quindi affermare senza esagerazioni, che fu in quest’epoca che si svilupparono i temi dell’EUROPA-NAZIONE, di una lotta antimperialista che non fosse solo di “sinistra”, dell’alleanza geostrategica con i rivoluzionari del Terzo Mondo. L’adozione di queste tematiche è molto più sorprendente e significativa quando si pensi che l’avventura di JEUNE EUROPE cominciò dalla lotta contro il FLN algerino. Thiriart, su questo tema aveva cambiato completamente campo, senza per altro cambiare sostanzialmente la sua visione del mondo, lui che, qualche decennio prima, aveva lasciato i ranghi dell’estrema sinistra belga per aderire alla collaborazione col III° Reich, senza per altro perdere di vista il fattore URSS. Queste acrobazie politico-ideologiche gli valsero accuse di essere un “agente-doppio”, sempre al soldo di Mosca. In Italia, la sezione italiana di JEUNE EUROPE (Giovane Europa) fu rapidamente costituita. Malgrado l’origine politica della maggior parte dei militanti, Giovane Europa non aveva alcun punto di contatto con Giovane Italia, organizzazione studentesca del MSI (copiata a sua volta dalla ottocentesca Giovine Italia di Mazzini); al contrario Giovane Europa ne fu praticamente l’antitesi, l’alternativa. Anche se, una volta terminata l’esperienza militante di Giovane Europa la maggior parte dei suoi militanti si ritrovò dentro il Movimento Politico Ordine Nuovo (MPON), che si oppose alla linea politica tesa all'inserimento parlamentaristico, come sostenevano i partigiani di Rauti rientrati nei ranghi del MSI di Almirante. Se dobbiamo tenere conto del ruolo UNICO che ha giocato in Italia il pensiero di Julius Evola sul piano culturale ed ideologico, non si deve dimenticare che Jean Thiriart ha da parte sua, dato impulso, in quegli anni e per gli anni a venire, ad un tentativo originale di rinnovamento delle forze nazionali. Anche un Giorgio Freda riconobbe il valore e la portata del pensatore e militante belga. Altro aspetto particolare ed estremamente importante del libro Un impero di 400 milioni di uomini, l’Europa, è di aver anticipato di parecchi anni, una tematica fondamentale ritornata d’attualità in particolare in Russia, grazie alle iniziative di Alexandr Dugin e della rivista Dyen, ed in Italia grazie a riviste quali ORION e AURORA: la GEOPOLITICA. La prima frase del libro di Thiriart, nella versione italiana, è dedicata proprio a questa scienza essenziale che ha per oggetto i popoli e i loro governi, scienza che ha dovuto subire nel nostro dopoguerra un lungo ostracismo, sotto il pretesto di esser stata lo strumento dell’espansionismo nazista! Accusa per lo meno incoerente quando si sa che a Yalta i vincitori si sono spartiti le spoglie dell’Europa e del resto del mondo attraverso considerazioni prettamente geopolitiche e geostrategiche. Thiriart ne era perfettamente consapevole, e quando scrisse il primo capitolo del suo libro, lo intitolò significativamente “Da Brest a Bucarest. Cancelliamo Yalta!”. Così scrisse Thiriart : “Nel contesto geopolitico e di una comune civiltà, come sarà dimostrato in tempi a venire, l’Europa, unitaria e Comunitarista si deve intendere da Brest a Bucarest”. Scrivendo questa frase, Thiriart pose dei limiti geografici e ideali alla sua Europa, ma presto, passerà questi limiti, per arrivare ad una concezione unitaria del grande spazio geopolitico che è l’EURASIA. Ancora una volta, Thiriart dimostrò di essere un anticipatore lucido dei temi politici che presso i suoi lettori maturavano molto lentamente. Congiuntamente al grande ideale dell’EUROPA-NAZIONE e alla riscoperta della Geopolitica, il lettore è obbligato a gettare uno sguardo nuovo sui grandi spazi del pianeta. Un altro merito di Thiriart fu di aver superato il trauma europeo dell’era della decolonizzazione e di aver cercato, per il nazionalismo europeo, un'alleanza strategica mondiale con i governi del Terzo Mondo, non asserviti quindi agli imperialismi, in particolare nella zona araba e islamica, in Africa Settentrionale e nel Medio Oriente. Vero è che chi scopre la Geopolitica non può vedere gli avvenimenti del mondo intiero sotto un’ottica globale. Ed è in questo contesto, per esempio, che bisogna interpretare i numerosi viaggi di Thiriart in Egitto, in Romania, oltre che i suoi incontri con Chu En Lai e Ceausescu o con i leaders palestinesi. Dove fosse possibile farlo, Thiriart cercò di tessere una rete d’informazioni e d’alleanze planetarie in una prospettiva anti-imperialista. Dobbiamo dire che la rivoluzione cubana, per la sua originalità, esercitò a sua volta una grande influenza. Con il suo stile sintetico, quasi telegrafico, Thiriart tracciò lui stesso le linee essenziali della politica estera della futura Europa unita: “Le linee direttive dell’Europa unita:

insieme all’Africa: simbiosi
con l’America Latina: alleanza
col mondo arabo: amicizia
con gli Stati Uniti: rapporti basati sull’uguaglianza”.

A parte l’utopia della sua speranza di poter aver rapporti paritari con gli Stati Uniti, si noterà che la sua visione geopolitica era particolarmente chiara: Thiriart avrebbe voluto dei grandi blocchi continentali ed era estremamente lontano dalla visione di un piccola Europa “occidentale ed atlantica” che, come quella di oggi, non è che l’appendice orientale della talassocrazia yankee, avente per baricentro l’Oceano Atlantico, ridotto alla funzione di “lago interno” degli Stati Uniti. Certamente, oggi, dopo l’avventura politica di Thiriart, alcune di queste opzioni geopolitiche, negli ambienti nazionalisti, potrebbero apparire per alcuni scontate e quasi banali, semplicistiche ed integrabili per altri. Ma a parte il fatto che tutto questo non è molto chiaro per l’insieme dei “nazionalisti” (è sufficiente pensare a certe tesi razziste/biologiche e anti-islamiche di uno pseudo neo-nazismo, utilizzato strumentalmente per la propaganda americana e sionista in chiave anti-europea), non ci stancheremo di ripetere che, trent’anni fa, questa opzione puramente geopolitica di Thiriart, vergine da qualsiasi connotazione razzista, fu molto originale e coraggiosa in un mondo bipolare che opponeva in apparenza due blocchi ideologici e militari antagonisti, in una prospettiva di conflittualità “orizzontale” tra Est ed Ovest, sotto la continua minaccia di reciproco annientamento nucleare. Oggi possiamo quindi affermare che se un buon numero tra noi in Italia è giunto finalmente a superare progressivamente questa falsa visione dicotomica della conflittualità planetaria, e questo ben prima della caduta dell’URSS e del blocco sovietico, tutto ciò è dovuto al fascino che esercitarono le tesi di Thiriart ed alle sue geniali intuizioni. Effettivamente, possiamo parlare di genialità nella politica come in altri campi del sapere umano, quando si PREVEDONO e si EX-PONGONO (dal latino exponere, mettere in luce, mettere in evidenza) dei fatti o degli avvenimenti che sono ancora occulti, sconosciuti, poco chiari ai più e che si libereranno della loro oscurità solo gradualmente, per venire alla luce in un futuro più o meno lontano. Su questo punto, vogliamo solamente ricordare le asserzioni di Thiriart relative alla dimensione geopolitica del futuro Stato Europeo, espresse nel capitolo 10 intitolato “Le dimensioni dello Stato Europeo. L’Europa da Brest a Valdivostock” (da pag. 28 a 31 nell’edizione francese): “L’Europa giunta ad una grande maturità storica, ormai conosce la vanità delle crociate e delle guerre di conquista all’Est. Dopo Carlo XII, Bonaparte e Hitler, abbiamo potuto misurare i rischi di queste imprese ed il loro prezzo. Se l’URSS vuole conservare la Siberia, deve fare la pace con l’Europa, un’Europa, ripeto, da Brest a Bucaret! L’URSS non ha ed in futuro avrà ancora meno forza per conservare Varsavia e Budapest da una parte, Chita e Khabarovsk dall’altra. Dovrà scegliere o rischiare di perdere tutto”. E più avanti nel testo: “La nostra politica non è quella del generale De Gaulle perché egli ha commesso o commette tre errori: far finire la frontiera d’Europa a Marsiglia e non ad Algeri – far passare la frontiera del blocco URSS/Europa agli Urali anziché in Siberia – voler trattare con Mosca prima della liberazione di Bucarest” (pag. 31). Leggendo questi due brevi estratti dal testo, non si può più dire che Jean Thiriart mancasse di perspicacia e di preveggenza! Queste frasi furono scritte – ripetiamolo – in un’epoca in cui i militanti realmente europeisti, anche i più audaci, arrivavano appena a concepire un’unità europea da Brest a Bucarest, e cioè un’Europa limitata alla piattaforma peninsulare occidentale dell’Eurasia; per Thiriart, questo rappresentava solo una prima tappa, un trampolino di lancio, per un progetto più vasto, quello dell’unità imperiale continentale. Che non si parli più dunque delle destre nazionaliste, comprese quelle d’oggigiorno, che non fanno altro che ripetere all’infinito il loro provincialismo, sotto l’occhio vigile del loro padrone americano. Già trent’anni fa Thiriart andò molto oltre: denunciò l’assurdità geopolitica del progetto gollista (De Gaulle essendo stato un altro responsabile diretto della sconfitta d’Europa, nel nome dello sciovinismo vetero-nazionalista dell’Esagono) di un’Europa che si stendesse dall’Atlantico agli Urali, facendo sua, allo stesso tempo, quest’assurda visione continentale tipica dei professori di geografia che tracciano sulle carte una frontiera immaginaria sulle alture dei Monti Urali, che nella storia non hanno mai fermato nessuno, né gli Unni né i Mongoli e tantomeno i Russi. L’Europa si difende sui fiumi Amuri e Ussuri; l’Eurasia, e cioè l’Europa + la Russia, ha un destino chiaramente disegnato dalla Storia e dalla Geografia in Oriente, in Siberia, nel “Far East” della cultura europea, e questo destino la oppone quindi al “West”, all’Occidente della civilizzazione americana della Bibbia e del Business. Quanto alla storia degli incontri/scontri tra i popoli europei, tutto ciò non è nient’altro che GEOPOLITICA IN ATTO, come la Geopolitica non è altro che il destino storico dei popoli, delle nazioni, delle etnie, degli imperi, delle religioni IN POTENZA. Inoltre dobbiamo aggiungere che la concezione di Jean Thiriart era finalmente più Imperiale che Imperialista, per quanto ancora legata a modelli nazionalisti d'influenza francese rivoluzionaria. Egli ha sempre rifiutato, fino alla fine, l’egemonia definitiva di un popolo sugli altri. L’Eurasia di domani non sarà più russa di quanto non sia mongola, turca, francese o tedesca: poiché quando ognuno di questi popoli ha voluto cercare da solo l’egemonia sugli altri la storia ci insegna che è stato sempre sconfitto dagli altri: uno scacco che dovrebbe esserci servito da insegnamento. Chi avrebbe potuto, trent’anni fa, prevedere con tanta precisione la debolezza intrinseca al colosso militar-industriale che fu l’URSS, che sembrava all’epoca lanciato alla conquista di sempre nuovi spazi, su tutti i continenti, in aperta competizione con gli Stati Uniti che volevano superare? Col tempo, tutto ciò si è alla fine dimostrato un gigantesco bluff, un miraggio storico probabilmente fabbricato dalle forze mondialista dell’Occidente per assoggettare i popoli con un costante ricatto terroristico. Tutto questo per manipolare i popoli e le nazioni della Terra a beneficio del supremo interesse strategico, supremo, unico, imposto come sola “verità”: quello della superpotenza planetaria che sono oggi gli Stati Uniti, base territoriale armata del progetto mondialista. In fin dei conti, per dirla con il linguaggio della geopolitica, è la “politica dell’anaconda che ha prevalso”, come la definiva ieri il geopolitico tedesco Haushofer e come la definiscono oggi i geopolitici russi, alla testa dei quali si pone il colonnello Morozov; gli Americani ed i mondialisti cercano sempre di allontanare il centro territoriale d’Eurasia dai suoi sbocchi potenziali sui mari caldi, prima di grattare poco a poco il territorio della “tellucrazia” russa. Punto di partenza di questa strategia di erosione: l’Afghanistan. Nel suo libro del 1965, Jean Thiriart aveva già messo in luce le ragioni nude e crude che animavano la politica internazionale. Non è un azzardo dire che uno dei suoi modelli ispiratori fu Macchiavelli, autore del “Il Principe”. Certo, ci diranno i pessimisti, se il Thiriart analista di politica ha saputo anticipare e prevedere, il Thiriart militante, organizzatore e capo politico di un primo modello d’organizzazione transnazionale europea, ha fallito. Sia perché la situazione internazionale d’allora non era ancora sufficientemente matura, o marcia, come invece lo constatiamo oggi, sia perché non c’erano dei “santuari di partenza”, come Thiriart aveva considerato indispensabile. In effetti mancò a Jeune-Europe un territorio libero, uno stato completamente alieno ai condizionamenti imposti dalle superpotenze, che avrebbe potuto servire da base, da rifugio, da fonte d’approvvigionamento per i militanti europei del futuro. Un po’ come fu il Piemonte per l’Italia. Tutti gli incontri internazionali fatti da Thiriart a livello internazionale ricercavano questo obiettivo. Tutto è stato vano. Realista, Thiriart rinunciò allo scontro politico, per poter riprendere il suo discorso politico nell’attesa che si presentasse l’occasione, anche migliore di quella, di avere un grande paese a disposizione a cui poter proporre la sua visione strategica: la Russia. Il destino di questo cittadino belga di nascita ma Europeo di vocazione fu alquanto strano: è stato sempre “fuori dal tempo”, superato dagli avvenimenti. Li ha sempre previsti ma è stato sempre sorpassato da questi ultimi. La sua concezione della geopolitica eurasiatica, la sua visione che designa GLOBALMENTE gli Stati Uniti come il Nemico OGGETTIVO assoluto, può essere vista come l’indice di un “visionario” illuminato, frenato solo da uno spirito razionale cartesiano. Il suo materialismo storico e biologico, il suo nazionalismo europeo centralizzatore e totalizzante, la sua chiusura sulle tematiche ecologiste e animaliste, le sue posizione personali davanti alle specificità etno-culturali, la sua ostilità ai principi religiosi, la sua ignoranza di tutta una dimensione metapolitico, la sua ammirazione per il giacobinismo della Rivoluzione francese, pietre angolari per buona parte degli antimondialisti francofoni: tutte queste attitudini costituiscono dei limiti al suo pensiero e dei residui di concezioni vetero-materialiste, progressiste e darwiniane, che si allontanano sempre più dalle scelte culturali, religiose e politiche contemporanee degli uomini e dei popoli impegnati, in tutta l’Eurasia e nel mondo intero, nella lotta contro il Mondialismo. Le idee “razionaliste” che Thiriart fece sue, al contrario, sono state l’humus culturale e politico sul quale il Mondialismo è germinato nel corso del secolo passato. Questi aspetti del pensiero di Thiriart ci hanno rivelato i loro limiti, durante gli ultimi mesi della sua vita, in particolare durante i colloqui e le conversazioni di Mosca nell’agosto del 1992. Il suo sviluppo intellettuale sembrava essersi definitivamente fermato all’epoca dello storicismo lineare e progressista, con la mitologia di un “avvenire radioso per l’umanità”. Una tale visione razionalista non gli permise di comprendere dei fenomeni altrettanto importanti come il risveglio islamico e il rinnovato “misticismo” eurasista-russo, ed in particolare i loro progetti politici di un livello altamente rivoluzionario e anti-mondialista. Senza parlare dell’impatto delle visioni tradizionaliste di un Evola o di un Guenon. Thiriart veicolò quest’handicap “culturale”, cosa che non ci ha impedito di ritrovarci a Mosca nell’Agosto del 1992, dove abbiamo colto al volo queste sue incontestabili intuizioni politiche. Alcune di queste intuizione hanno fatto sì che egli si ritrovasse al fianco dei giovani militanti europeisti per andare ad incontrare i protagonisti dell’avanguardia “eurasista” del Fronte di Salvezza Nazionale russo, raccolto attorno alla rivista Dyen e al movimento da cui prende il nome. Abbiamo così scoperto nell’ex-capitale dell’impero sovietico, che egli era considerato dai russi come un pensatore d’avanguardia. Gli insegnamenti geopolitici di Thiriart sono germinati in Russia quando, e questo è indubbio, in Occidente sono ai più ancora sconosciuti. Thiriart ha avuto quindi un impatto lontano, nell’immensità dei ghiacci della Russia/Siberia, nel cuore del Vecchio Mondo, vicino al centro della Tellurocrazia Eurasiatica. E’ un’ironia della storia delle dottrine politiche che si manifesta al momento della loro attuazione pratica, ma è ancora valido l’antico adagio secondo il quale “nessuno è profeta in patria”. Il lungo “esilio interiore” di Thiriart sembrava dunque terminato; si era ritirato dalla politica attiva per sempre e aveva superato questo ritiro che all’inizio era stato una grossa perdita. Ci inondò di documenti scritti e resoconti d’interventi orali. Il flusso sembrava non doversi mai fermare! Come se volesse recuperare il tempo perduto nel suo silenzio disdegnoso. Guidato da un entusiasmo giovanile, a volte eccessivo ed angosciante, Thiriart si rimise a dare lezioni di storia e di geopolitica, di diritto e di politologia e di tutte le discipline immaginabili, ai generali e ai giornalisti, ai parlamentari e ai segretari, ai politici dell’ex-URSS e ai militanti islamici del CEI, e anche, ovviamente, a noi, gli Italiani che avevano, assieme a lui, conosciuto dei cambiamenti d’opinione in apparenza inattesi. Tutto questo accade nella Russia d’oggi, dove tutto è oramai possibile e niente è certo; abbiamo quindi davanti una Russia sospesa tra un glorioso passato ed un futuro tenebroso, ma con potenzialità inimmaginabili. E’ qui che Jean Thiriart ha ritrovato una nuova giovinezza. In una città come Mosca che sopravvive giorno dopo giorno tra l’apatia e l'attesa febbrile, che sembra aspettare “qualcosa” di cui non si conosce ancora né il nome né il volto; una città dove succede di tutto o dove tutto può succedere sospeso in una dimensione speciale, tra cielo e terra. Dalla terra russa tutto ed il contrario di tutto può scaturire: la salute e l’estrema perdizione, la rinascita e la decadenza, una nuova potenza o la disintegrazione totale di un popolo che fu imperiale ed è diventato, oggi, miserabile. Infine, è là e solamente là che si gioca il destino di tutti i popoli europei e in definitiva di tutto il pianeta Terra. L’alternativa è chiara; o avremo un nuovo impero eurasiatico che ci guiderà nella lotta di liberazione di TUTTI i popoli del globo o assisteremo al trionfo del mondialismo, dell’egemonia americana per il prossimo millennio. E’ là che lo scrittore e uomo politico Jean Thiriart aveva ritrovato la SPERANZA di poter mettere in pratica le sue passate intuizioni, questa volta in una scala ben più vasta. In questa terra di Russia, da dove può sorgere il messia dei popoli d’Eurasia, novello Avatar di un ciclo di civilizzazione o Anticristo delle profezie giovannee, avremo spazio per tutte le alchimie e le esperienze politiche, inconcepibili se guardate con gli occhi di un Occidentale. La Russia attuale è un immenso laboratorio, una terra politicamente vergine che si potrà fecondare con idee venute da lontano, una terra vergine dove la LIBERTA’ e la POTENZA si cercano per unirsi nella ricerca di nuove sintesi: come sottolinea Jean Thiriart nel suo libro fondamentale “il cammino della libertà passa per quello della potenza: non si dovrà mai dimenticare, e si dovrà insegnare a coloro che lo ignorano. La libertà dei deboli è un mito vetusto, una ingenuità usata a scopi demagogici o elettoralistici. I deboli non sono mai stati liberi e mai lo saranno. Esiste solo la libertà dei forti. Colui che vuole essere libero deve aumentare la propria potenza. Colui che vuole essere libero deve esser capace di fermare altre libertà, poiché la libertà è invadente e ha la tendenza a sconfinare su quella dei vicini più deboli”. Ancora: “E’ criminale dal punto di vista dell’educazione politica tollerare che le masse possano essere intossicate da menzogne tendenti ad indebolire il tessuto sociale come quelle che consistono nel “dichiarare la pace” ai vicini immaginando così di poter conservare la libertà. Ogni nostra libertà è stata conquistata a seguito di ripetuti combattimenti sanguinosi e alcune di queste libertà potranno esser mantenute solo se faremo sfoggio di una forza tale da scoraggiare coloro che vorrebbero privarcene. Che siano a livello individuale o a livello di nazione, noi conosciamo l’essenza della libertà, la potenza. Se vogliamo conservare la prima, dobbiamo coltivare la seconda. Esse sono inseparabili” (pag. 301-302). Ecco una pagina che già da sola potrebbe assicurare al suo autore un posto in una qualsiasi facoltà di storia delle scienze politiche. Quando finalmente tutto sembrava di nuovo possibile e quando i giochi delle grandi strategie politiche ritornavano in primo piano, su una scacchiera grande come il mondo, quando Thiriart intravedeva la possibilità di dar vita alla sua grande idea di Unità, ecco realizzarsi l’ultimo scherzo del destino: la Morte. A dispetto della sua ineluttabilità, essa è un avvenimento che ci sorprende sempre, che ci lascia con un sentimento di dispiacere e di incompletezza. Nel caso di Thiriart, la morte fa vagabondare lo spirito e ci immaginiamo tutto quello che quest’uomo d’elite avrebbe ancora potuto apportare, tutto quello che avrebbe potuto insegnare a coloro che parteggiano per la nostra causa, fosse anche solo con semplici scambi di opinioni o formulando proposte su materie culturali e politiche. Infine, dobbiamo sottolineare quanto sia completa l’opera di Thiriart. Più di altri, egli aveva reso sistematico il suo pensiero politico, restando sempre pienamente coerente con le sue idee, rimanendo fedele allo stile di vita scelto. A lui, meno di chiunque altro, non si potrà far dire post mortem cose che non siano state realmente dette, né adattare i suoi testi e le sue tesi alle esigenze politiche del momento. Resta il fatto che senza Jean Thiriart noi non avremmo potuto essere quello che siamo diventati. Siamo in effetti suoi eredi sul piano delle idee, che lo si sia conosciuto personalmente o attraverso i suoi scritti. Siamo stati, in un momento o l’altro della nostra vita politica, debitori delle sue analisi politiche e delle sue intuizioni folgoranti. Oggi, ci sentiamo tutti un po’ orfani. Vogliamo in questo momento ricordarci di uno scrittore politico, di un uomo semplicemente passionale, impetuoso, di una vitalità debordante, il viso sempre illuminato da un sorriso giovane con l’anima agitata da una passione divorante, la stessa che brucia in noi, senza vacillare, senza la minima insicurezza o la minima debolezza. Il caso Jean Thiriart? E’ l’incarnazione vivente, vitale, di un uomo d’elite che porta lo sguardo oltre l’orizzonte, che vede dall’alto, al di là delle contingenze del presente dove le masse restano prigioniere. Ho voluto tracciare il profilo di un PROFETA MILITANTE.


Traduzione dal francese a cura di Alessio

 

Jean Thiriart

L'EUROPA COME STATO
E L'EUROPA COME NAZIONE
SI FARANNO CONTRO GLI USA



La costruzione europea nata dal Trattato di Roma (25 Marzo 1957) deve condurre all'Europa come Stato. E’ una costruzione valida, indispensabile e non è il suo carattere tecnico che dovrebbe farcela condannare in nome di un certo sentimentalismo. L’Europa del Mercato Comune è una buona cosa. Ma essa è troppo limitata nelle sue ambizioni. Essa mira alla realizzazione di strutture statuali. È allo stesso tempo molto e poco. L’Europa sarà compiuta solo quando essa sarà, insieme, Stato e nazione, vale a dire strutture e coscienza. Noi siamo storicamente i primi, e i soli, ad aver espresso la volontà di realizzare ciò. La nostra tendenza comunitarista è la fonte dalla quale scaturì per la prima volta il concetto di nazionalismo europeo. Questo è essenzialmente diverso, di fatto é diametralmente opposto, a quelli delle Europe egemoniche (Europa francese di BONAPARTE o di DE GAULLE ed Europa germanica di HITLER) e a quello dell’Europa delle patrie. La differenza tra l’Europa come Stato e l’Europa come nazione è quella che esiste tra l’inorganico e l’organico, tra la materia e la vita, tra la chimica e la biologia, tra l’atomo e la cellula.

IL TRADIMENTO DEI REGIMISTI

Tutti i governi europei occidentali sono usciti dai furgoni anglosassoni nel 1945. Sono i collaborazionisti degli occupanti, in via diretta o come filiazione. Perciò le costruzioni politiche europee dei regimisti sono ipotecate dai nostri occupanti. La prova di questa ipoteca, di questo tradimento dello scopo, appare un po' dovunque, ma in modo esplicito e clamoroso in un documento ufficiale del "Parlamento europeo" (sic): "L'Unione europea ha lo scopo di promuovere l'unità dell'Europa...".Molto bene, perfetto. Ma poco oltre leggiamo: "...l'adozione di una politica di difesa comune, nel quadro dell'Alleanza Atlantica, che contribuisca al rafforzamento dell'Alleanza Atlantica". Ecco dunque la confessione, ben evidente, ben esplicita. La confessione che questa "Europa" è solo un'appendice dell'imperialismo americano, poiché l'Alleanza Atlantica è il pescecane americano attorniato dagli sgombri europei regimisti. L'Europa ufficiale non perviene a costituirsi poiché essa è impastoiata nella contraddizione esplicita di fare una nazione che già in partenza si riconosce essere alla dipendenza di un'altra. Oscenità, ipocrisia.
L'EUROPA DOVRÀ FARSI CONTRO GLI AMERICANI
Una nazione si definisce specialmente per quanto la differenzia dalle altre, per il suo carattere, per i suoi intendimenti, per i suoi interessi. Quelli che affermano di fare l'Europa e che nello stesso tempo trovano negli Stati Uniti il modello perfetto di società, modello che si deve solo copiare, e che ritengono che ogni guerra americana sia anche la nostra, sono in contraddizione con sé stessi. Perché fare l'Europa se gli Stati Uniti sono perfetti? S'ingrandiscano gli Stati Uniti, sarebbe più logico. La cricca dei pretesi "Europei" che ogni sera recitano le loro preghiere prosternandosi verso Washington farebbe meglio a proporci l'Inghilterra come cinquantunesimo Stato americano, la Germania come cinquantaduesimo, l'Italia come cinquantatreesimo. Poiché quella è la realtà. Vi è una contraddizione assoluta, esplicita, concettuale, tra il fatto di essere Europei e il fatto di essere pro-americani. Chi si dice pro-americano si mette al bando dell'Europa, che si tratti della socialdemocrazia o di qualche citrullo d'estrema destra. Chi collabora con gli Americani è un traditore dell'Europa.
L'EUROPA SENZA RISCHI: IDIOZIA
Intellettuali candidi, talora benintenzionati, sperano di fare un'Europa con mezzi pacifici, ragionevoli. È un sogno. La storia si svolge attraverso convulsioni e battaglie, attraverso lo sforzo e il sacrificio. Una nazione si fa, segnatamente, contro qualcosa, contro dei nemici. Non soltanto gli Stati Uniti sono storicamente i nemici dell'Europa nascente sul piano oggettivo, essi dovrebbero esserlo anche sul piano psicologico. Una nazione ha bisogno di nemici per costituirsi, per conservarsi. Vivere col nemico di fronte crea l'unità, crea la salute morale, sostenta la forza di carattere. Per noi non è questione di chiedere l'Europa ma di prendere l'Europa. Oggettivamente mai alcuno Stato egemonico (come gli USA in questo momento nei confronti dell'Europa) ha elargito l'indipendenza ai suoi vassalli, ma tutt'al contrario è stato loro giocoforza prendersi l'indipendenza. L'Italia si fece, insieme, contro gli Austriaci e contro i Francesi. L'Europa si farà contro gli Americani. Una nazione si forgia nella lotta e si tempra col sangue. I rischi sono grossi ma bisogna correrli. La vita è rischio continuo. Il rischio dev'essere voluto, calcolato. Un'Europa senza rischi è una chimera smentita da ogni esperienza storica.
LO SCUDO E IL CALENDARIO
Il grande argomento specioso dei filoamericani infami è quello dello "scudo americano". Cos'è questo scudo? Esangue nel 1945, convalescente nel 1955, l'Europa è oggi sul piano industriale ed economico una fucina traboccante di salute. La protezione americana – contro l'assalto staliniano – era indispensabile nel 1948, utile nel 1951 (nello spirito dell'epoca). Oggi non è più la stessa cosa. Per fabbriche, per risorse economiche, per uomini, già la sola Europa occidentale non ha più bisogno degli Americani. Che se ne vadano, quindi. Nessuna gratitudine ci deve legare a loro, essi sono venuti