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“...PERCHÉ ERO DI IDEE CONTRARIE” di Miro Renzaglia
Clicca qui per visionare la scheda riproduce il fac simile (molto liberamente reinventato...) della domanda di iscrizione che Berto Ricci avanzò, nel 1932, alla Federazione di Firenze del P.N.F.. La sostanza, la procedura e le modalità del percorso burocratico, ivi annessi i nomi dei soggetti chiamati in causa sono, invece, assolutamente autentici. Anarchico fino al 1925, ”di idee contrarie” Berto Ricci lo fu prima, durante e dopo la sua iscrizione al partito. Contrario a tutto per vocazione eretica, etorodossa e per spirito di contraddizione. Fu fedelissimo solo alla sua esclusivissima idea di fascismo che gli germinò per semina stirneriana, soreliana e nicciana (intorno al 1927...). Gli ci vollero altri cinque anni per convincersi del suo destino e della conciliabilità dei due (presunti...) opposti: anarchia e fascismo (1932...). Gliela fecero penare due anni quell’iscrizione (1934...) e solo un anno dopo (1935...) se la rimangiarono, sospendendolo perché: " ... permetteva su un giornale da lui diretto [L’Universale] la pubblicazione di un articolo di critica ingiustificata su una organizzazione di partito...". Se non che, un altro che di eresie, idee contrarie, contraddizioni e... di giornalismo se ne intendeva (tal Mussolini Benito, in arte Duce...), fregandosene (com’era nel suo stile...) della burocrazia delle tessere, delle scomuniche e dei veti, già nel 1933 (prima che Ricci ottenesse l’iscrizione, quindi...) l’aveva chiamato a collaborare a Il Popolo d’Italia. Lui, e tutto il gruppo della sua rivista... E non si rimangiò niente (l’ex dux...)... Per la buona pace dei custodi dell’ortodossia e dei fedeli alla (loro...) linea... Il gioco che più lo appassionava era quello delle scintille che faceva zampillare dall’accostamento violento delle idee in libera contraddizione: anarchico e antinazionalista ma per l’impero (“che realizzerà la Monarchia di Dante e il Concilio di Mazzini”); anticapitalista ma per la fine del proletariato (cioè: per la evoluzione dei proletari in proprietari...); per una tradizione civile ma “arricchita di millenaria cristianità, sostanzialmente e robustamente pagana”; “realista” (in antitesi all’idealismo di Gentile...) ma utopico; matematico ma poeta (Poesie, 1930 Ed. Vallecchi e Corona Ferrea, 1933...); anticomunista ma l’antiroma non è Mosca (perché “la rivoluzione comunista ha fatto bene a se stessa”), è a Chicago “la capitale del maiale”; portatore di una visione mistica e spirituale del fascismo ma apertissimo e attentissimo al sociale; fascista di sinistra ma non ostile a quello di destra (fautore dell’Impero...), perché il nemico numero uno: “fu e resta il centro, cioè la mediocrità accomodante... Il centro è compromesso, noi fummo affermazione simultanea degli estremi, nella loro totalità...”. Sperando li accolga simpaticamente nel Luogo da dove ci guarda, mi piace dedicargli questi versi a memoria sua e di Tristan Corbiére (che così si autografava...): “Fu sempre incalzato dal vento di prua, / e fu uno spezzatino, / adultero miscuglio di ogni cosa (...) / filosofo, - a casaccio (...) / Poeta, a dispetto dei suoi versi”. In fondo, a ben guardare, le sue discrasie altro non sono che la riproduzione, nella miniatura individuale, della fotografia di un popolo e di una stagione storica che ebbe molte anime... Pensateci: che significa il simbolo del fascio se non lo stare insieme di molte verghe a germoglio dispari? Ecco, in lui, a dispetto delle patenti contraddizioni delle sue molte idee, queste idee riescono a stare unite. Esattamente come le molte anime del fascismo sono riuscite a stare strette intorno all’ascia... Fin che c’è stata un’ascia... La sua ascia personale (di Ricci...) era il sentimento di un uomo onesto e disinteressato che rinunciò a vendere (al giornalismo di professione...) perfino la propria scrittura nel timore che, se quella (la scrittura...) fosse diventata il suo mestiere, lo avrebbe costretto, forse, a dei compromessi che sapeva in coscienza di non potersi concedere (perciò, mantenne sempre la sua cattedra di matematica...).
La sua creatura intellettuale fu il foglio L’universale. Che ebbe vita breve ma intensa, come il padre geniale. A metà degli anni ’80 (Millenovecento), annunciato dalla presentazione telefonica di un amico che la conosceva, mi recai a far visita alla vedova. Avevo in mente di scrivere una biografia su di lui. Ricordo il cielo plumbeo della città e le vie, quasi deserte, del pomeriggio invernale e domenicale. Mi spaesai, città permettendo, nelle molte domande che avrei voluto fare alla vedova... Arrivai al portone di casa sua, quasi sonnambulo, e salii le scale che portano al decoro di una vita e alla custodia preziosa della memoria. Mi aprì una vecchina, sì, ma lucida ed emozionata che qualcuno si ricordasse del marito (per la verità, più dei fascisti se ne ricordò la giunta rossa di Firenze che provvide, in tempi brevi, a sopprimere dalla toponomastica una via a lui dedicata....). Entrai nella stanza fresca e vissuta, come nel luogo di uno spirito che non cessa... La mente si schiarì dalle nuvole del concetto e trasparì il Senso della Vicinanza... Non posi le molte domande che mi ero preparato: non ne fui capace... Ma ascoltai le risposte del cuore sfogliando i numeri dell’Universale raccolti, molto dignitosamente, in un rilegato di cartone... Non lessi niente... Non cercai nemmeno di catturare i caratteri tipografici delle parole: furono loro a cercare me e a donarsi... Come il caffè che la signora Ricci mi offrì... Ridiscesi le scale, sapendo esattamente cosa avrei dovuto scrivere... Ma non scrissi mai quel libro su Berto Ricci... La vita mi distrasse...
Sono sempre i migliori che se ne vanno per primi... Non credo al detto greco: “E’ caro agli dèi chi muore giovane...”. Morire a 20, a 100 oppure a 35 anni come Berto Ricci, non significa nulla se, nel tempo concesso, non si è saputa affrontare e risolvere la prova che la vita impone. Anzi, il culto del “morire giovani” è spesso fatto proprio da uomini che, non sopportandone il dolore, disprezzano questa vita e anelano consolatori al di là. Ma agli dèi, tutori della vita, può essere caro solo colui che, nonostante ogni prova dolorosa o impossibile, nemmeno con il pensiero tradisce questa per altre imponderabili vite. Le giovanili battaglie anarchiche; l’ostracismo dei fascisti fedeli alla linea di non si sa ancora bene quale ortodossia; i furori della sua scrittura machiavellica, fino al midollo delle sue toscanissime ossa; lo slancio imperiale e volontario che lo portò, semplice camicia nera, a costruire sulle sponde del continente africano il civilissimo impero italico; l’assalto nella Seconda guerra, mondiale e rivoluzionaria, nulla poterono scalfire nel suo aristocratico sentimento per la vita e per l’idea: “Io non ho mai dubitato né dubiterò un minuto: con Mussolini si vince... (8.1.1941, dal fronte tripolitano)... “Ai due ragazzi [i figli n.d.r.] penso sempre con orgoglioso entusiasmo. Siamo qui anche per loro; perché questi piccini vivano in un mondo meno ladro; e perché la sia finita con gl'inglesi e coi loro degni fratelli d'oltremare, ma anche con qualche inglese d'Italia..." (sempre dal fronte africano, 12.1.941). Così, sono certo che la mattina in cui il fuoco di uno spitfire troncò il corso del suo tempo umano (2.2.1941), il Padreterno, accogliendolo nella schiera dei suoi eletti, l’avrà salutato con le parole di Rivelazione (2,10): “Poiché ti sei mostrato fedele fino alla morte, io ti do la Corona della Vita”. |