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Un'idea vive nella
sua pienezza e si collauda nella sua profondità quando il
morire
battendosi per essa non è metaforico giuramento ma pratica
quotidiana”.

Parole secche, prive di retorica perché già pregne di lucido
pathos; non parole al vento, perché dette da colui che rese
usuale, quotidiano, normale, il gioioso martirio di stampo
squadrista, perché pronunciate da colui che avrebbe combattuto
fino all’ultima cartuccia, che avrebbe creduto al Ridotto della
Valtellina - le famose Termopili del Fascismo - e avrebbe infine
comandato di fatto il suo stesso plotone d’esecuzione.
Questo, signori, è Pavolini e potremmo fermarci qui.
Potremmo
fermarci qui perché l’essenza non necessita di fronzoli, di
ragionamenti, di elucubrazioni. Ma l’uomo seduto, distratto,
risucchiato nella spirale di un vivacchiar banale cerca
spiegazioni, cerca ragionamenti, cerca conferme, quasi a voler
esorcizzare in qualche modo la nuda verità che recita così: o si
hanno le palle o si è buffoni.
E poiché a nessuno piace ammettere di essere un buffone ecco che
la virilità se la cuce addosso, se la costruisce esorcizzando il
dramma e la tragedia con ragionamenti cha sembrano limpidi e
coinvolgenti e che spiegano il come ed il perché, che anatomizzano
la storia togliendole ogni afflato, rendendoci incomprensibile chi
invece è quanto mai chiaro, da Attilio Regolo a Pietro Micca, da
Giovanni dalle Bande Nere a Che Guevara (ucciso una seconda volta
dai suoi che ne han fatto un simbolo di merchandising).
Ed allora, signori, perdiamoci nella ragnatela dei ragionamenti ed
andiamo a vedere come si esprime l’uomo-mito o il mito-uomo
Alessandro Pavolini che uomo fu dei più eccezionali e mito è in
tutto e per tutto.
E per la sua eccelsa figura e perché “Miuthos” per i nostri
antenati significava “discorso del verbo” ossia rappresentava uno
dei modelli compiuti, logici e dunque razionali attraverso i quali
l’essenza propone se stessa e la via per essere finalmente colta.
Mito è, dunque, un modello eterno, incarnato da un tipo originario
(l’Archetipo) che segue una strada che già è stata percorsa e che
il medesimo tipo dovrà percorrere sempre, nell’ atemporale eterno
ritorno.
Mito è tragedia, ovvero annullamento dell’individualità costruita,
nel recupero della natura elementare e nel collegamento folgorante
e devastante con il Divino.
Alessandro Pavolini è dunque Mito, completamente e senza la
necessità di costruzioni teoriche.
È talmente mito che, vuoi per rispetto, vuoi per timor
reverenziale, vuoi per vergogna di operare il confronto, vuoi per
giustificare accomodamenti e cedimenti interiori, gli stessi
sopravvissuti alla tragedia di quegli anni han pensato bene di
parlarne poco. Bene han fatto perché la retorica e le esternazioni
aderiscono assai meglio a chi non ha raggiunto l’essenza nuda che
non a chi ci sovrasta e ci accompagna silente con quell’ironico e
tagliente sguardo che altro non è se non la nostra stessa
coscienza. Grande parola troppo spesso utilizzata a sproposito…
Alessandro
Pavolini stupì tutti. Stupì la Firenze bene, i salotti degli
intellettuali, il suo amico Galeazzo Ciano, il suo conoscente
Indro Montanelli. Li stupì talmente da indurli a vaneggiare che ce
ne fossero due. Un Pavolini moderato, letterato, illuminato,
indulgente verso i critici del Regime ed un Pavolini sconvolto dal
tradimento del 25 luglio; sconvolto a tal punto da cambiar
carattere, da divenir brutale, intransigente, selvaggio ed
esaltato.
È la mistificazione prima e forse la più importante: è
l’operazione di autogiustificazione da transfert psicologico
tramite il quale i deboli ed i vili s’innalzano, o meglio evitano
di sprofondare, rifiutando il confronto. Non vi furono due
Pavolini, la demonizzazione o meglio ancora le giustificazioni
psicotiche atte ad esorcizzare quello del secondo corso tradiscono
una precisa volontà: attribuire a passione scomposta, a ragione
sconvolta, la disposizione ferma e continua ad essere se stessi
senza flettere, pagandone qualsiasi costo.
La coscienza borghese (una parola usata a sproposito, dicevamo),
questa finta coscienza recita così: esprimi una fede e recita il
copione ma non andare mai oltre, questa fede e questa coscienza
sono infatti una veste, un fatto estetico, non prenderle sul
serio, mai.
Di gente così, quattro secoli fa, si disse che erano “disposti a
difendere le loro opinioni fino al rogo escluso…” E probabilmente
i suoi contemporanei amici di salotto s’inventarono anch’essi due
Giordano Bruno: affinché il suo ricordo non li schiacciasse.
Questi buoni borghesi dovevano - e tuttora devono - credere che
solo uno stupido, un rozzo, un ottuso, un selvaggio possa andare
incontro al sacrificio, possa non aver il genio di evitare il
conflitto, di venir meno alle sue responsabilità, di scegliere la
tragedia ripudiando la farsa.
E come accettare che il più illuminato ministro della Cultura, il
più liberale (come indole ovviamente) federale di Firenze e forse
d’Italia, l’indulgente frequentatore dell’intelligentia
antifascista, fratelli Rosselli inclusi, il figlio del più
illustre professore di Sanscrito, il miglior conoscitore delle
tradizioni scandinave, l’ideatore ed il realizzatore dei
Littoriali della Cultura che avrebbero consacrato gente come
Fermi, Blasetti e Fanfani, l’uomo che salvava le opere di Visconti
dalla censura di Regime, il personaggio forse più intelligente,
colto e sensibile del Ventennio dunque, abbia accettato la sfida,
abbia fatto fronte alla disfatta, abbia fondato il Partito
Combattente e le Brigate Nere, abbia operato una vera e propria
rivoluzione culturale, antropologica e sociale e sia andato a
morire serenamente e consapevolmente ? Per nulla secondo la morale
borghese, per tutto secondo lo spirito nudo, essenziale ed
esaltante della Civiltà.
Lo definirono allora esaltato (mentre al contrario esaltava), cioè
sprovveduto, folle, posseduto, maniacale e si lavarono le mani del
suo sangue. Che non era il loro ma è certamente il nostro.
Poeta e
scrittore, Pavolini ebbe la vocazione al giornalismo fin dall’età
di otto anni (quando produsse autonomamente il periodico
bellicista “La Guerra”), al quale fece seguito “Il Buzzecolo”;
durante il Fascismo, cui, non appena diciottenne, aveva aderito
fin dal 1920, fu il fondatore de “Il Bargello”, poi inviato
speciale e combattente in Abissinia, prima di divenire appunto
Ministro della Cultura e direttore de “Il Messaggero”. Scrisse
libri e racconti di altissimo livello come “Giro d’Italia”, “Nuovo
Baltico”, “Tutto il Danubio”, “Cento metri”, “Il leopardo Dil Dil”,
“La Disperata”, “Ritratto d’Angela”.
A Firenze seppe imporsi con buon senso tra lo squadrismo
aggressivo e “plebeo” di Tamburini e quello aristocratico, esteta
e lievemente classista di Perrone Compagni. Di lui si disse che
era un “fascista equilibrato” ed un “protettore delle arti”. Ideò
il Maggio Musicale, la Partita di Calcio in Costume, la Mostra
dell’Artigianato al Ponte Vecchio, le Rassegne d’Arte, la Fiera
del Libro, la Primavera Fiorentina, il Teatro Sperimentale dei
Gruppi Universitari Fascisti e i Littoriali della Cultura.
Da Federale approvò i progetti e determinò la realizzazione dello
Stadio Comunale, della nuova Stazione di Santa Maria Novella e
dell’Autostrada Firenze-Mare. Contribuì all’allargamento
dell’edilizia popolare. Sin dal 1934 fu deputato alla Camera dei
Fasci e delle Corporazioni.
Nel 1939 diviene ministro della cultura e coglie subito
l’importanza della Radio e del Cinema. È temuto dai Tedeschi che
lo considerano un “moderato” ma è tenuto in grande considerazione
da Joseph Gobbels, il plenipotenziario del Terzo Reich che
s’intende parecchio sia di propaganda che di uomini.
Nel febbraio del 43, a causa di un cambio della guardia, è rimosso
dal dicastero. Al momento del colpo di Stato del 25 e 26 luglio
Pavolini ha così tutte le carte in regola per uscire indenne dalla
bufera.
Ha alle spalle una tradizione di buon governo e frequentazioni
antifasciste che lo garantiscono. Dai fratelli Rosselli, ad
Alberto Carocci, Arturo Loria, Gaetano Salvemini, Piero Gobetti e
Jean Luchaire. Ha frequentazioni ebraiche; è il miglior amico del
ribelle Ciano. È ricco di famiglia ed ha un passato così illustre,
pur non essendo ancora quarantenne, da non necessitare di alcuna
ambizione supplementare. I Tedeschi lo considerano un “moderato”;
per molto meno centinaia di individui si sono costruiti un passato
da “resistenti” ed hanno attraversato indenni il guado.
Indenni fisicamente ma non moralmente.
Pavolini invece passa il Rubicone. “Al mitra ! Alla macchia !” è
il suo grido di reazione. Organizza subito con altri camerati la
risposta fascista. La notte dell’8 settembre da un binario morto
di Koenigsberg parla al popolo italiano insieme a Vittorio
Mussolini. Il 14 settembre è a Monaco ad accogliere il Duce
liberato da Skorzeny e da Student. Resterà con lui fino all’ultimo
e sarà assassinato lo stesso giorno a pochissimi chilometri di
distanza.
L’uomo di
cultura, colui che da sempre ha preteso che azione e pensiero sono
inscindibili, dà allora il senso pieno a questo termine che con
l’andare del tempo e soprattutto del decadimento, noi abbiamo
svalutato e svilito ma che significa invece adesione piena di ogni
atto ad un modello ideale. Kultur in tedesco non a caso vuol dire
Civiltà.
Pavolini incarna il binomio inscindibile della retorica ventennale
“libro e moschetto” e si fa, o meglio si conferma pienamente e
senza esitazioni, “poeta armato”.
Il Duce lo fa segretario del nascente Partito Fascista
Repubblicano, ovvero lo innalza alla seconda carica della
Repubblica Sociale e gli dà il compito di organizzare e di
rifondare al contempo il Partito.
Deve farlo in una coabitazione burrascosa con i vertici
dell’Esercito, con la corrente legalista e reazionaria, dovendo
fare ogni giorno i conti con il controllo sospettoso dello Stato
Maggiore Germanico. Deve farlo partendo da zero. E Pavolini non ha
dubbi “Camerati si ricomincia. Siamo gli stessi del 21”.
Azzerare significa andare all’essenziale.
Ovvero rifiutare la tessera del Partito a chi non sia disposto a
sacrificarsi quotidianamente; ragion per cui il nuovo Segretario
ottiene che sia concesso ai non iscritti di ricoprire incarichi
statali e pubblici perché l’iscrizione non deve essere una
formalità burocratica ma la firma cosciente della propria condanna
a morte. Idealista si ma realista come nessun altro egli difatti
non si fa illusioni sull’esito della guerra né sulla sorte che è
riservata a chi non piegherà la testa.
Il suo primo atto, simbolico ma concreto, è quello di
militarizzare la sede romana del Partito mettendo alla sua guardia
i giovani volontari di Bir el Gobi, tra i quali sceglierà il suo
attendente, Enzo De Benedictis.
La sua rifondazione è totale e non lascia adito ad equivoci.
Il Fascismo repubblicano è irredentista, nasce, cioè, sul mito
risorgimentale ma persegue un nazionalismo universalista a forte
impronta europeista.
Il Fascismo repubblicano intende combattere tutte le
internazionali del potere.Quelle economiche, finanziarie,
religiose e politiche. Per farlo si deve partire dal centro,
ovvero dalla formazione di un uomo che sia soggetto
rivoluzionario. Lo stato pavoliniano intende così plasmare le
giovani generazioni, renderle coscienti delle proprie
potenzialità, educarle ad uno scopo, cancellando tutti i difetti
ereditati dall’Italietta liberale e da una certa mentalità
cattolica antinazionale e clericale.
Per modellarsi serve un mito storico ed etico. Ed ecco che il
perno intorno al quale operare viene offerto dall’epopea
rivoluzionaria dello squadrismo.
Sulla base dello squadrismo si effettuerà la Seconda Rivoluzione e
si affermerà la Terza Roma.
Per questo la “Rifondazione” che si compirà sul “Mito della
Marcia” si instaurerà sul rinnovamento giovanile, sull’istituzione
di comitati d’azione e di neo-triumvirati. Il pragmatismo
antiborghese ne sarà il modus pensandi et operandi, l’humus nel
quale formare l’aristocrazia del pensiero/azione azione/pensiero
che garantirà l’ “Unità ideale e operante delle generazioni
passate, presenti e future”.
Da queste premesse emerge naturale la subordinazione del privato
al pubblico con tanto di proprietà statale dei beni di produzione
e di socializzazione intesa più che a garantire l’equilibrio del
Ventennio tra Capitale e Lavoro ad imporre la prevalenza etica ed
economica del secondo sul primo.
Nella tendenza ad accorciare le distanze tra proletariato e
piccola borghesia, Pavolini non è mosso da fascinazioni proletarie
bensì dalla consapevolezza che partecipazione e produzione sono le
due condizioni necessarie per portare un popolo a divenire padrone
di sé.
Il concetto organico di popolo assume allora centralità, i termini
fondanti della Rifondazione sono Nazione e Popolo, il concetto
della loro sintesi è Rivoluzione di Popolo.
La cultura
per Pavolini è azione oltre che pensiero. I richiami ideologici
non saranno dunque lettera morta ma azione quotidiana. Per
Pavolini non si deve prima vincere e poi mutare perché la
mutazione è nel combattimento. Egli crede nella rivoluzione
continua.
Tanto per cominciare introduce l’autocritica e la democrazia
diretta nell’apparato del Partito. Le cariche diventano elettive,
le assemblee hanno un ruolo nuovo in un Partito totalitario che è
sì centralizzato ma federale e molto attento al radicamento
territoriale.
Un binomio si pone a garanzia dell’ortodossia spirituale
nell’alveo della rivoluzione continua: è il binomio composto dagli
antichi squadristi accorsi all’appello e dai giovanissimi
volontari di Bir El Gobi, i nuovi squadristi.
Il Partito deve impegnarsi in opere di beneficenza, in assistenza
a chi soffre, ai bisognosi, ai senza tetto, deve sostituire lo
Stato, o meglio i servizi dello Stato, laddove le comunicazioni
belliche lo vedono latitare, ma non deve in alcun caso compiere
azioni di polizia.
La solidarietà, la generosità e l’impersonalità nel servizio sono
le parole d’ordine dell’azione pavoliniana. Il PFR giungerà così
ad esprimere leggi giuste e rivoluzionarie quali l’abolizione
delle società anonime e azionarie e a delegittimare giuridicamente
il concetto di padrone-proprietario.
Nel Fascismo repubblicano trovano piena espressione le idee
socialrivoluzionarie di Bianchi, Sorel e Corridoni, ed anche la
tradizione storico-ideologica di Garibaldi e Pisacane.
Il Partito in guerra deve essere partito armato, deve essere
Milizia rivoluzionata. Così dopo un lungo insistere, nel giugno
del ’44 Pavolini otterrà la costituzione delle Brigate Nere.
Alle quali non si aderisce in quanto militanti del PFR ma, da
militanti del PFR, per aderirvi, si deve fare domanda volontaria.
“Chi siete
io non lo so; chi siamo ve lo dirò: siam le Brigate Nere e abbiam
la forza di spezzarvi il cuor !”
Al di là della sinistra iconografia che ne han fatto gli avversari
di fuori (i partigiani) e soprattutto gli avversari di dentro
(quelli del “fino al rogo escluso”) le Brigate Nere rappresentano
un fenomeno autenticamente rivoluzionario e, tanto per non
guastare, di nutrito consenso.
Quando la proposta pavoliniana di armare il Partito viene accolta,
nell’estate del 44, gli esiti bellici sono evidenti, la Capitale è
perduta, del resto vergognosamente perché non si è difesa.
L’esercito dell’Onore non ha più lo stesso entusiasmo di pochi
mesi prima, le truppe non hanno il morale alle stelle. Il decreto
mussoliniano consente non solo l’istituzione delle Brigate Nere,
assolutamente volontarie, ma anche l’incorporo nei loro effettivi
di chi, già militando nell’esercito, ne richieda l’assegnamento.
Il successo è strepitoso al punto che lo Stato Maggiore deve
pretendere dal Duce una sospensione del provvedimento.
Eppure le Brigate Nere non offrono granché alle ambizioni. Nelle
Brigate Nere sono aboliti i gradi e i fronzoli, vengono accettate
soltanto funzioni di comando che sono limitate nel tempo ed
intercambiabili secondo il più autentico socialismo di trincea. Le
Brigate Nere non hanno la copertura istituzionale dell’Esercito ma
sono soggette alla rappresaglia dei futuri tribunali oltre che a
quella partigiana. Quando si milita in esse si fa proprio l’adagio
del Cantate dei Legionari “il mondo sa che la camicia nera
s’indossa per combattere e morir”. Nelle Brigate Nere non vi è
futuro né carriera: eppure tra le loro fila si accorre numerosi
anche dalle formazioni dell’esercito dal quale convergono soldati,
ufficiali e persino numerosi colonnelli che rinunciano ai gradi
per una scelta spartiata d’impersonalità guerriera.
Le Brigate Nere sono l’esempio evidente, corporeo, dello spirito e
dell’anima della rivoluzione, cioè della cultura del
pensiero/azione, dell’essenzialità e dell’assialità
antico-romana.
Le Brigate
Nere non sono state inventate da un atto notarile ma sono il
frutto di un lungo e cosciente sacrificio. Caduta Roma, Pavolini
si ripromette di non concedere altre rese vergognose ed organizza
la guerriglia fascista. La propaganda ufficiale ci nasconde le
azioni “partigiane” compiute dai fascisti dietro le linee da
formazioni ideate da Pavolini, quali la “Onore e Combattimento”.
Di azioni di guerriglia e sabotaggio, per le quali numerosi
saranno i fucilati, ne risultano documentate diciotto, tra le
quali una vera e propria insurrezione popolare contro la
coscrizione nelle fila badogliane nella zona di Catania, la
cosiddetta rivolta dei “Non si parte”. Pavolini organizza inoltre
i Franchi Tiratori che agiranno principalmente a Firenze e a Forlì
ma che s’impegneranno ancora in una decina di città italiane.
Emblematica è la difesa di Firenze, che il generale americano
Alexander disse essere la miglior città italiana perché “lì -
sottolineò - ci accolsero sparando dai tetti”.
D’altronde quando i Tedeschi avevano fatto saltare i ponti e
rimaneva ancora percorribile un solo passaggio sull’Arno cercarono
di trarre in salvo i tiratori più vicini ma costoro si rifiutarono
dicendo che il loro compito era quello di combattere fino alla
morte.
A Firenze agirono un centinaio di squadre di tre tiratori, molti
dei quali giovanissimi, cui si accompagnava la distribuzione della
propaganda clandestina tramite il foglio “Ventitre Marzo” il tutto
nel rispetto della tecnica di collegamento azione-pensiero che era
prettamente pavoliniana.
Le Brigate Nere nascono, dunque, nel nome del sacrificio e
ottengono con l’esempio di essere impegnate in prima linea come
nelle operazioni di controguerriglia. Pavolini stesso vi combatte
da volontario in Piemonte ed in Val d’Ossola venendo ferito in
prima linea.
Le stesse Ausiliarie delle Brigate Nere a differenza degli altri
corpi ottengono il porto d’armi e possono combattere.
Tutto l’operato di Pavolini nei dieci mesi che vanno dalla
costituzione delle Brigate Nere alla sua morte, è scandito da
rastrellamenti, riunioni di governo, comizi ed ispezioni.
Egli arringa le Brigate Nere, gli iscritti al PFR ed il popolo,
parlando loro di un Nuovo Ordine Europeo che deve essere
antiplutocratico, poliarchico, etniarchico ed antiborghese.
Ed ecco
come le Brigate Nere furono dipinte da Pavolini:
“Le Brigate Nere sono un esercito senza galloni essendo noi
squadristi persuasi che un comandante è tale se comanda e gli si
ubbidisce e che altrimenti non c’è grado che tenga. L’unico
gallone è l’esempio…
Le Brigate Nere non sono il Partito che va verso il popolo, sono
una milizia di Partito che è popolo, una milizia operaia e
rivoluzionaria, di meccanici, di artigiani, di braccianti, di
piccoli impiegati, in lotta mortale contro le plutocrazie alleate
dei bolscevichi e contro i plutocrati sovvenzionatori di banditi…
Le Brigate Nere anelano al combattimento contro il nemico esterno
ma sanno che in una guerra come l’attuale, guerra di religione,
non c’è vera differenza fra nemico di fuori e di dentro. Non è
lecito chiamare fratricida la lotta contro chi attenta alla vita e
all’onore della Patria. Non è fratello chi rinnega la Madre e le
spara addosso…
Le Brigate Nere in che periodo sono apparse ? Quando altri si
squagliavano e noi ci adunammo. Altri dimettevano il distintivo e
noi ci rimettemmo la camicia nera. Altri cercavano di farsi
dimenticare e noi ci ricordammo. Ci ricordammo delle parole date,
delle fedi promesse, dei compagni perduti. Noi ci ricorderemo
sempre…
Le Brigate Nere sono una famiglia, questa famiglia ha un antenato,
lo Squadrismo, un blasone: il sacrificio di sangue, una genitrice:
l’Idea fascista, una guida, un esempio, una dedizione assoluta ed
un affetto supremo: MUSSOLINI”
Le Brigate
Nere furono in linea a Livorno, Pisa, Buti, Pontedera e misero in
fuga, in Garfagnana, gli Americani della Buffalo.
Dopo il 25 aprile Pavolini tentò con ogni sforzo di concentrare
gli effettivi in Val Tellina per difendere l’Ultimo Ridotto ma le
comunicazioni erano saltate, le strade intasate ed il progetto di
fatto non riuscì. In qualche maniera l’estrema resistenza,
l’estremo sacrificio, furono compiuti dall’insurrezione fascista
delle Brigate Nere di Torino agli ordini del Federale Solaro.
Pavolini, che combatté fino all’ultimo venne fucilato a Dongo, sul
Lago di Como e comandò di fatto il plotone d’esecuzione. Il
racconto forse romanzato degli stessi partigiani che di lui
avevano un’immagine di tutto rilievo ci dice persino che dopo la
prima raffica si rialzasse e tendesse il braccio nel saluto romano
prima di spirare.
Tratto da:
WWW.GABRIELEADINOLFI.IT
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