CESARE MORI

"IL PREFETTO DI FERRO"

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Un "grande successo" del regime, messo dalla propaganda nel conto attivo insieme alla "battaglia del grano", alle trasvolate e alla bonifica dell'Agro Pontino, fu la lotta contro la mafia. Protagonista di questa impresa (che si sviluppò fra il 1925 e il 1929) fu Cesare Mori, il cosiddetto "Prefetto di Ferro". Mori nel '21 era prefetto di Bologna e fu il solo prefetto d'Italia a opporsi alle orde dilaganti dei fascisti. Quando Mussolini salì al potere trovandosi tra l'altro ad affrontare il problema del banditismo e della mafia siciliana, gli venne fatto il nome di Mori. Mussolini disse: "Voglio che sia altrettanto duro coi mafiosi così come lo è stato coi miei squadristi bolognesi". Così Mori partì per la Sicilia come uno sceriffo mediterraneo dell'epoca moderna. Arruolerà uomini, guardie giurate e truppe regolari per le sue battaglie campali, ma non si sottrarrà anche a epici inseguimenti e duelli a cavallo. Nessuno come lui arrivò ad umiliare tanto la mafia.
Un Prefetto d’assalto
Il 1926 è, per Cesare Mori, l’anno più esaltante della sua vita. I giornalisti, soprattutto quelli americani, gareggiano fra loro nel tessere le lodi dell’uomo che ha sbaragliato la mafia in Sicilia. “Nessun governo, dall’Unità d’Italia, era mai riuscito a compiere ciò che Mussolini ha realizzato in pochi mesi.”
Ai palermitani riuniti al Teatro Massimo dichiara: “L’offensiva che ho sferrato sarà portata inesorabilmente fino alle sue estreme conseguenze. Inutile sperare nella mancanza o nella imperfezione della legge. La legge sarà creata o integrata o corretta. Inutile sperare in interventi più o meno interessati. È una moda cessata.”
Dopo il successo ottenuto a Gangi, Mori dà inizio alla campagna di repressione su più larga scala. L’isola è investita da un’ondata di arresti: più di 1500 in tutta la Sicilia. Altre centinaia di individui sono inviati al confino mentre migliaia sono gli ammoniti. Se per gli arresti la polizia ha bisogno di prove evidenti, per l’invio al domicilio coatto o per l’ammonizione basta la cosiddetta “voce pubblica”. La campagna di repressione dura poche settimane e l’ignominiosa resa della mafia di fronte all’attacco delle forze di polizia non manca di suscitare grande sensazione.
Dopo l’arrivo di Mori in Sicilia, proscioglimenti e attestati di benemerenza hanno ben poca importanza. La polizia non guarda più per il sottile. Don Vito Cascio Ferro, capo della mafia di Bisacquino, viene infatti arrestato sotto l’accusa di avere organizzato l’uccisione di Gioacchino Lo Voi: un omicidio avvenuto nel 1922. Le prove raccolte contro di lui saranno giudicate sufficienti per mandarlo all’ergastolo. Il colpo più grosso, le forze dell’Antimafia lo registrano a Mistretta. Il 4 aprile 1926 l’intera zona è accerchiata dai nuclei mobili. Ne segue un rastrellamento casa per casa, con la cattura di circa 200 mafiosi.
I risultati conseguiti dalla campagna di repressione sono esaltanti: nella sola provincia di Palermo gli omicidi sono scesi da 268 nell’anno1925 a 77 nel 1926; le rapine da 298 a 46; le estorsioni da 79 a 28; gli abigeati da 45 a 7.
Verso la fine dell’anno ha inizio la stagione dei grandi processi. È in questa fase che sorge in Sicilia un nuovo astro: il procuratore generale Luigi Giampietro. Inviato appositamente da Roma, è stato preceduto dalla fama di grande severità e di durezza d’animo. Giampietro preme l’acceleratore anche sul modo di condurre le istruttorie e i dibattimenti. Sull’esame delle prove non si sottilizza più come un tempo, basta, come lui ha detto, “avere fede nelle affermazioni della polizia”.
Con questo criterio, processi che un tempo duravano in media sette anni, ora sono risolti in tre mesi. Gli imputati sono giudicati a centinaia per volta. Le condanne sono quasi sempre molto pesanti, le assoluzioni rarissime. Per gli assolti, comunque, c’è il confino di polizia.
Il processo più spettacolare è quello che si celebra a Termini Imprese contro i briganti di Gangi. Dura 3 mesi e 7 giorni; gli imputati sono 343. Una buona metà di essi finisce all’ergastolo; altri hanno pene varianti fra i 10 e i 20 anni. Gli assolti sono 37.
I risultati di questi processi sono riportati dai giornali come fossero bollettini della vittoria.
Da quando Cesare Mori è prefetto di Palermo, i siciliani non hanno più tempo di annoiarsi. Quasi ogni giorno si registra un fatto nuovo. Dopo l’eliminazione del brigantaggio e l’avvio verso i penitenziari o le isole di confino di migliaia di mafiosi, agli arresti in massa seguono quelli singoli. I quotidiani dell’isola annunciano quasi ogni giorno l’arresto di personaggi di rilievo.
L’elogio di Mussolini
L’aula di Montecitorio è gremita e le tribune sono affollate di senatori, di ufficiali delle varie Armi e di signore eleganti. È il 27 maggio 1927, giorno dell’Ascensione. Mussolini ha scelto quel giorno festivo per pronunciare il suo primo discorso sulla politica interna:
“Signori, è tempo ormai ch’io vi riveli la mafia.
Poiché molti di voi non conoscono ancora l’ampiezza del fenomeno, ve lo porto io come sopra un tavolo clinico: ed il corpo è già inciso dal mio bisturi.
Nei comuni di Bolognetta, Marineo e Misilmeri, sin dal 1920 si era costituita una associazione a delinquere composta da circa 160 malfattori che si erano resi responsabili di 34 omicidi, 21 mancati omicidi, 25 rapine, furti. A Piana dei Greci, Santa Cristina di Gela e Paceco venne arrestata una comitiva di 43 malviventi che avevano consumato 12 omicidi e 6 rapine. Nel circondario di Termini Imprese, fra il 1° e il 31 marzo, sono stati arrestati 278 delinquenti associati, che devono rispondere di 50 omicidi, 9 mancati omicidi, 26 rapine. Un’altra vasta associazione a delinquere venne scoperta nei circondari di Ristretta e di Patti. Degli associati, 10 vennero arrestati e vennero sequestrate grandi quantità di animali e derrate per un valore di due milioni. Un’altra comitiva di malviventi, a Belmonte ed a Mezzoiuso, aveva commesso 5 omicidi, 7 rapine. A Piana dei Colli un’altra comitiva di gentiluomini, 38 omicidi, 31 mancati omicidi. A Bisacquino, Chiusa Sclafani, Contessa Entellina, Corleone, Campofiorito, 72 delinquenti, 14 omicidi e reati minori. A Casteldaccia, Baucina e Ventimiglia si potè stabilire che 179 malfattori, in epoche varie, si erano resi responsabili di 75 omicidi, 14 mancati omicidi. Nei comuni di Bagheria, Ficarazzi, Villabate, Santa Flavia, si era composta una associazione di 33 individui che si sono resi responsabili di 111 omicidi, 31 mancati omicidi, 19 rapine. A Santo Stefano Quisquina 42 individui, 12 omicidi. A Roccamena, altra comitiva di 42 delinquenti con 7 omicidi.
A quest’opera, che è stata fatta in gran parte dai Carabinieri, si è associata anche la Milizia.
Quali sono i risultati di quest’opera contro la delinquenza? Notevoli. Ecco un bollettino del prefetto Mori, al quale mando il mio saluto cordiale. Ecco il suo bollettino, è il bollettino complessivo per tutta la Sicilia: nel 1923, 696 abigeati; nel 1926, 126. Le rapine: da 1216, sono discese a 298. Le estorsioni: da 238 a 121. I ricatti: da 16 a 2. Gli omicidi: da 675 a 299. I danneggiamenti: da 1327 a 815. Gli incendi dolosi: da 739 a 469.
Questo è il miglior elogio che si può fare a quel prefetto e ad un altro funzionario che collabora con lui molto egregiamente: parlo del magistrato Giampietro, il quale, in Sicilia, ha il coraggio di condannare i malviventi.”
Mentre poliziotti e carabinieri continuano a rastrellare gli ultimi resti della bassa mafia negli angoli morti dell’isola, Mori si getta con impeto in una nuova campagna che egli stesso definisce “educatrice e sociale”. Corre da un paese all’altro ad arringare i contadini e li incita ad usare le armi contro i malfattori.
Il primo a dargli ascolto è un certo Saverio Marino, un fittavolo di Bisacquino che, aggredito da due banditi, li uccide entrambi a fucilate. Mori raduna in piazza tutta la popolazione e appunta con solennità sul petto dell’eroe una medaglia al valor civile. Il camerata Marino è additato dal prefetto come esempio del siciliano nuovo. Molti lo imiteranno.
Cesare Mori prosegue la sua opera con risultati sorprendenti. Per la soppressione dell’abigeato, che è la principale attività mafiosa dell’epoca, il prefetto ha già ottenuto un buon successo rendendo obbligatoria la marchiatura a fuoco del bestiame. Tuttavia, neanche questo sistema ha eliminato completamente l’abigeato. Oltre il marchio, insomma, occorrono anche dei guardiani fidati. Questo servizio di vigilanza veniva svolto dai campieri.
Il 6 agosto del 1927 tutti i campieri della Sicilia sono convocati per un raduno nella piana di Roccapalumba. Se ne presentano 1322, tutti a cavallo, con la doppietta a tracolla. Mori, anche lui a cavallo, li passa in rassegna come fosse un piccolo esercito. Egli sa che la maggioranza di quegli uomini è ancora in qualche modo legata alla mafia, ma sa anche di avere di fronte uomini disorientati, intimiditi e, ciò che più conta, ormai sottratti all’influenza esclusiva dei capi.
Si apparta in silenzio per dare tempo a don Ribaldo, un cappellano militare che si è portato dietro da Palermo, di preparare un altare da campo ai piedi di una roccia. Poi sprona il cavallo e si porta al cospetto della folta schiera di cavalieri.
“Campieri di Sicilia! Chiunque voi siate, da dovunque venuti e qualunque sia il vostro credo spirituale, io so di parlare a uomini. Io vi propongo qui, davanti a questo santo altare, di riprendere il vostro lavoro di un tempo. Ma ad un patto: d’ora in poi il campiere deve essere coraggioso e onorato, pronto anche a dare la vita in difesa di quanto viene affidato alla sua custodia.”
Concluso il discorso, Mori legge la formula del giuramento che i campieri dovranno prestare per poter riprendere la loro attività.
“Voglio che ciascuno di voi mediti bene su quello che intende fare. Perché il giuramento che presterete vi impegna per sempre. Pensateci bene, dunque. Io vi do tempo una Messa. Mentre il sacerdote la celebrerà, io vi volterò le spalle. Chi se ne vuole andare è libero di andarsene. Io non saprò mai chi sia. Chi rimarrà, giurerà.”
Detto questo, Mori volta il cavallo verso l’altare. Don Ribaldo celebra l’ufficio nel più assoluto silenzio. Al termine della cerimonia, Mori si volta: i campieri sono ancora tutti lì, impalati sui loro cavalli. Nessuno si è allontanato.
Congedato e premiato
Mori da qualche tempo ha cominciato a preoccuparsi. Convinto che sia in atto alle sue spalle una congiura, chiede udienza al capo del governo. Mussolini lo riceve alle 17 del 20 marzo 1928. Il colloquio è rapido, ma cordiale. Il Duce lo consiglia di lasciare perdere le sue ricerche negli archivi giudiziari. Cesare Mori torna a Palermo un po’ perplesso.
Nel loro breve colloquio, Mussolini gli ha lanciato un segnale, ma lui non sembra volerlo recepire. La mania del prefetto di andare a rovistare fra le vecchie carte del Palazzo di Giustizia ha messo in allarme molta gente importante. Da quel prefetto scatenato, ormai, ci si può aspettare di tutto. Lo stesso Mori non manca di sottolineare la propria volontà di colpire non solo i mafiosi in attività di servizio, ma anche quelli che, dopo essersi arricchiti, hanno trovato comodo redimersi e trasformarsi in feroci uomini d’ordine.
Mori, intanto, è sempre più isolato. Di amici fedeli gli è rimasto soltanto il procuratore Giampietro. Il 22 dicembre 1928 sono entrambi nominati senatori del regno. Alla fine del mese compirà 56 anni.
Il congedo arriva, inaspettato, il 16 giugno 1929. Mussolini ha deciso un cambio della guardia secondo i nuovi metodi adottati dal Fascismo: i prefetti e i questori che hanno raggiunto il 35° anno di servizio devono andare a casa qualunque sia la loro età. È un modo per ringiovanire l’organico e, soprattutto, per spazzare via i resti dell’amministrazione giolittiana.
Ma ciò che più conta è che Mori ha esaurito il suo compito da molto tempo.
 
E se a qualcuno interessa sapere come ce l'hanno restituita gli ienchi:

"MAFIA & ALLIES - SICILIA 1943: MASSONERIA, MAFIA E LIBERATORI SBARCANO IN ITALIA "
di Massimo Lucioli
Editore: Scripta Manent diffusione libraria

 

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