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Fight Club

Un film di David Fincher. Genere Drammatico, 139 minuti. Produzione USA 1999.

David Fincher con Fight Club sembra voler rivisitare il dramma del dottor Jackil e Mr Hide, riproponendo il tema dello sdoppiamento della personalità in chiave moderna, rivisitato e carico di quella cupa ansia che si prova quando si è convinti di trovarsi davanti all'imminente fine del mondo, o della società occidentale. Fight Club è un film difficile, che può essere interpretato con diverse chiavi di lettura a differenti livelli. Scava nell'inconscio dell'animo umano, la dove albergano, segregate dalla necessità del vivere quotidiano, le emozioni più vere e violente. Ed è l' inconscio del protagonista, dimesso impiegato di una cinica compagnia di assicurazione, che pian piano viene fuori, proiettando al di fuori un alter ego, un altro se stesso, scorretto, violento, ribelle, anticonformista e potente. E la società lo apprezza. Reagisce in maniera più che positiva. L'alter ego, Tyler, diventa famosissimo nell'undergound cittadino degli insoddisfatti: camerieri, colletti bianchi, baristi, meccanici, avvocati, tutti quanti iniziano a venerarlo come un liberatore perchè ha fondato Il Fight Club. Un club che dovrebbe rimanere clandestino ma che prestissimo si popola, dove si può dare sfogo alla violenza. Dove ci si batte a mani nude uno contro uno ma lealmente. Dove il più forte vince. Dove ci si può sentire liberi. Finalmente sganciati dalle piccole e grandi ipocrisie cui ci costringe il quotidiano. Ma l'esperimento è destinato a trasformarsi in successo, il Fight Club presto diventa un piccolo e pericoloso esercito di paramilitari pronti a sabotare la società colpevole di averli disumanizzati. Violento, scorretto, ironico, il film è un piccolo grande capolavoro. Tutto macina dell'epoca contemporanea: paura per le malattie, vere e false che siano, paura per la fine del mondo, siamo alla fine degli anni novanta, crisi della religione, rapporti umani sempre più schizzofrenici e difficoltosi, in più una storia d'amore, quella che vive il protagonista, che potremmo definire borderline, cioè decisamente al limite. Cupo, disperato, ironico, Fight Club è un film che lascia il segno. Un film che merita la massima considerazione.

Il giovane Mussolini

Produzione: Italia
Durata: 3 puntate
Genere: Drammatico
Un film di Gianluigi Calderone
Uscita: 1992

La storia di Benito Mussolini fino all'entrata in guerra dell'Italia. Il cast è composto da attori di fama internazionale e il giovane Mussolini è interpretato addirittura da un eccezionale Antonio Banderas. Si tratta, probabilmente, del film meno fazioso che sia mai stato girato su un uomo che cambiato il corso della storia d'Italia. Una cosa è da notare soprattutto: la coerenza del Mussolini socialista rivoluzionario, rispetto agli altri compagni del P.S.I., che si manterrà per tutta la durata della sua vita.

The take

 
Regia: Avi Lewis
Sceneggiatura: Naomi Klein
Data di uscita: 18 Marzo 2005
Genere: Documentario

Questa pellicola e’ un documentario sulle occupazioni di alcune fabbriche in Argentina, successivamente alla crisi economica. Anche il piu’ duro tra voi non potra’ non commuoversi ed oltraggiarsi… The Take provoca sentimenti di rancore e odio nei confronti dei soliti noti, capitalisti, banchieri e sistema politico (ma anche mezzi di informazione) che hanno piegato un paese ricco e fiero come la bella Argentina. Nelle case di molti aleggia il ricordo di tempi migliori e il volto sorridente di Eva Peron diviene quasi una sorta di divinita’ a cui ricorrere.
Davvero un sistema infame quello in cui viviamo; piu’ gente dovrebbe noleggiare documentari come questo, almeno per far montare il livello di insofferenza, assopito da serial e televisione spazzatura che contribuiscono ad abbrutirci.
The Take e’ diretto da Avi Lewis, su progetto della rinomata Naomi Klein.

Braveheart

Produzione: USA
Durata: 178 minuti
Genere: Drammatico
Un film di Mel Gibson
Uscita: 1995

La storia di William Wallace, il ribelle che fra il 1290 e il 1305 guidò i clan scozzesi contro Edoardo I Plantageneto, re d'Inghilterra. Furono proprio i nobili del suo popolo a tradirlo. Preso prigioniero venne torturato in pubblica piazza e poi decapitato. Lo sceneggiatore Randall Wallace (ispiratosi al trovatore Blind Harry) attribuisce il furore libertario dell'eroe all'iniziale tragedia d'amore di Wallace che si vede uccidere la giovane moglie dal comandante inglese del presidio. Diventa una furia, raccoglie un esercito e sconfigge ripetutamente gli inglesi.

Zombie

Produzione: USA
Durata: 120 minuti
Genere: Horror
Un film di George Romero
Uscita: 1975

George A. Romero ci offre una visione completamente nuova del morto vivente in quella trilogia “rivoluzionaria” iniziata con La notte dei morti viventi (1968), continuata con questo Zombi e conclusa con Il giorno degli zombi (1986). Nei films di Romero gli zombi non sono il prodotto di un rito woodoo, come vuole la tradizione, ma una conseguenza della sconsideratezza umana. In Zombi, come in La notte dei morti viventi e Il giorno degli zombi, l’horror può essere visto come una metafora sociale. Nel film sono toccati i tasti dolenti della società americana (e umana) come la segregazione razziale, le disuguaglianze sociali, l’indifferenza e il cinismo. Alcune scene di Zombi esprimono chiaramente il concept che ha mosso Romero: i tipi che vanno a caccia di zombi come se fosse una scampagnata e i due agenti che sembrano giocare a nascondino con gli zombi nel centro commerciale assediato sono momenti che si contrappongono al radicamento identitario dei portoricani del ghetto che rifiutano di consegnare i loro morti o alla facilità con cui gli agenti sparano ai cadaveri. “Quando all’inferno non ci sarà più posto, i morti cammineranno sulla terra” è la sintesi del film. Con Zombi Romero ci dice che l’uomo post-atomico non ha più neanche rispetto per la morte. Il pessimismo/realismo di Romero impregna il film dall’inizio alla fine e a smentire questo non bastano neanche quegli attimi di “spensieratezza nella tragedia” che agli occhi dello spettatore appaiono come puro cinismo e cattivo gusto. Grandi e indimenticabili gli FX del mago Tom Savini che compare anche come Hell’s Angel.

Letters from Iwo Jima

Clint Eastwood ha probabilmente potuto realizzare questo splendido film - che sostanzialmente racconta la battaglia di Iwo Jima, vista dalla parte dei giapponesi - solo dopo aver completato la controparte statunitense Flags of Our Fathers; le due pellicole, infatti, sono esattamente speculari, anche se spesso non si ha l’impressione di assistere alla storia dello stesso conflitto.

Nonostante non si possa accusare Clint Eastwood di anti-patriottismo, a seguito della visione dei due capolavori, si tende a pensare che l’attore e regista americano abbia voluto dare piu’ credito all’onore, la fedelta’, lo spirito di sacrificio dimostrato dai giapponesi, sopratutto da quelle figure tutto sommato piu’ spensierate e meno intrise di etica del dovere, che, nel resoconto finale, si dimostreranno le piu’ coraggiose e ligie al proprio destino.

Letters from Iwo Jima, girato completamente in giapponese, non e’ solo un film di guerra: in esso potrete trovare un onesto resoconto dell’etica del soldato che, a prescindere dall’appartenenza spirituale e politica, o delle analisi finali che si vogliano trarre, rappresenta un concetto atemporale, astorico ed assoluto. Eastwood riesce a rappresentare questa grande verita’ in dettagli, sfumature e simbolismi, che pero’ rivestono un ruolo importante nell’economia della narrazione.

Dal punto di vista tecnico, entrambi i film sono ineccepibili e si nota perfino una leggera differenza stilistica che rende Flags of Our Fathers “hollywodiano” e pomposo, mentre Letters from Iwo Jima risultera’ sobrio ed austero (ma non mancheranno momenti di estrema empatia con i personaggi chiave).
Curiosita’: il film avrebbe dovuto intitolarsi Red Sun, Black Sand (Sole rosso, sabbia nera), ma tale titolo e’ stato ritenuto in terra statunitense eccessivamente patriottico …

In sintesi: considerato come il cinema a stelle e strisce abbia da sempre trattato i giapponesi, un film come Letters from Iwo Jima e’ da considerarsi un miracolo. Chissa’ se altre pagine di storia potranno un giorno venir raffigurate con lo stesso amore per la verita’.

Clint Eastwood alla veneranda eta’ di 74 anni (incredibilmente portati, come potete vedere dalla foto) e’ un’icona del cinema statunitense e non solo; e’ stato egli stesso soldato prima di iniziare la sua carriera artistica. Strenuo difensore della liberta’ di espressione, ha minacciato Michael Moore di abbatterlo a fucilate, qualora si avvicinasse, telecamera alla mano, alla sua proprieta’. Vincitore di premi ed oscar, Eastwood ha ancora nuovi progetti in cantiere.

La caduta

Produzione: GER
Durata: 150 minuti
Genere: Drammatico
Un film di Oliver Hirschbiegel
Uscita: 2003

Di ottima fattura, da La caduta traspaiono tutte le difficoltà che deve aver avuto l'autore nel realizzare un film che avesse un senso ma fosse al tempo stesso "politically correct" verso tutti, anche revisionisti. Merita di essere sottolineata soprattutto l'ultima ora di film, in cui si seguono le vicissitudini fisiche e mentali dei fedelissimi del Fuhrer, sopravvissuti al loro capo e completamente allo sbando: una pagina di storia ancor meno esplorata, e che invece merita grande attenzione. In questa parte, poi, si nota con maggior chiarezza la firma del regista del pluripremiato L'esperimento, mentre più atona appare nella prima parte in cui Hitler è sempre presente sulla scena.
Ma la curiosità attorno a un film su Hitler non può che essere un'altra, e cioè: come è stato dipinto il Fuhrer? La risposta a questa domanda passa attraverso una infinita miriade di recensioni, articoli, commenti, che sono ora pro ora contro; si dirà che è stato rappresentato troppo umano, e si dirà anche il contrario; si dirà che il film è monodimensionale, perché analizza la storia solo dal punto di vista dei nazisti, il che è un limite ma anche un punto di forza del film; si dirà che Hirshbiegel ha gettato una nuova luce su quei terribili giorni, e pure che merita l'ergastolo. Commenti che tutti i film su Hitler e sull'Olocausto hanno generato e genereranno.

The Edukators

Anno: 2004
Produzione: Germania
Durata: 127'
Genere:
drammatico

Ambientato in una Germania ultra-capitalista e arcigna Die Fetten Jahre sind vorbei (questo il titolo originale) narra le avventure di un trio di amici che, e questa non e’ la parte originale, cercano di cambiare il mondo. Jan e Peter hanno infatti una strana passione notturna: infiltrarsi nelle ville dei ricconi e spostargli tutti gli arredi in una confusione totale, ma senza sottrarre o distruggere nulla e lasciando messaggi eloquenti come “Il tempo dell’abbondanza e’ terminato” oppure “Possiedi troppi soldi”.
All’educativo passatempo dei due, si aggiunge la frustrazione di Jule, giovane barista piegata dai debiti, che viene puntualmente maltrattata da clienti snob e chef sadico. Il kali yuga viene raggiunto quando Jule si fa sfrattare ed e’ costretta a ridipingere il vecchio appartamento per non perdere i soldi della cauzione.
Ed e’ in questo frangente che si avvicina a Jan a cui confida la sua voglia di riprendere in mano le redini della sua vita, schiacciata da ben 100.000 euro di debito che ella deve ad un ricchissimo dirigente a cui ha, incidentalmente, distrutto la mercedes.

Jan allora la include nelle scorribande notturne ed e’ esattamente a questo punto che cominceranno i veri guai… o forse, no.

Retorica vetero-marxista a parte, di cui questo film non e’ nemmeno del tutto pregno, il punto di forza di The Edukators si riscontra in un conflitto generazionale in cui, il vecchio capitalista maledetto e’, come spesso accade, un ex rivoluzionario piegatosi lentamente ma inesorabilmente all’imborghesimento ed al conformismo.
E se Jan inizialmente appare come leader di questa cellula militante, e’ in realta’ Peter la figura piu’ veracemente sognatrice ed altruista al punto di rinunciare ai propri sentimenti in virtu’ della lotta comune… mentre la figura femminile e’ a dir poco abietta.
The Edukators e’, in estrema sintesi, un film sincero, onesto e non conforme e riesce a parlare della nostra e della vecchia generazione senza scadere in quello stato comatoso-soporifero che altri film dello stesso genere ci hanno regalato.

Joyeux Noël

Torniamo indietro di qualche anno, esattamente al natale 1914, per avvicinarci allo sfacelo di un’intera generazione di giovani europei causato dalla Ima guerra mondiale.
Joyeux Noël e’ un film che tratta un episodio vero, ed incredibilmente ignoto, avvenuto proprio la notte di Natale tra le trincee francesi e scozzesi (alleate) e quella tedesca. Durante questa notte, infatti, successe l’impossibile: una tregua, per festeggiare la nativita’, che accadde quasi spontaneamente, tra giovani nemici che, con forte probabilita’, non capivano il senso ultimo di quella guerra.

Joyeux Noël mescola con astuzia tutti quei tratti caratteristici delle diverse identita’ in lotta o alleate (nella fattispecie, scozzese, francese e tedesca) , ma, soprattutto, quelle enormi similitudini che fanno di noi europei un solo popolo. C’e’ spazio per il rude ufficiale tedesco e per il romantico e idealista francese, mentre il cappellano militare scozzese si aggiudica sin dai primissimi fotogrammi la nostra simpatia; lo spirito di sacrificio ed il senso del dovere teutonico si amalgamano con la fierezza marziale scozzese e con la caparbia francese. E questi soldati sono cosi’ lontani da chi ha deciso la guerra e cosi’ vicini alle trincee nemiche che, tra la furia dei superiori e la benedizione del cappellano ci scappano anche momenti goliardici come la partita a calcio e le grosse bevute, ma solo dopo aver sepolto i corpi dei propri camerati caduti.

Di tutto il film citerei una sola battuta: Per una notte ci siamo dimenticati della guerra, ma la guerra non ci dimentichera’.

Tetsuo

Ecco un film da non vedere con la vostra fidanzata, pena la rovina di ogni vostro progetto per l’immediato futuro… a parte gli scherzi, Tetsuo e’, come si suol dire, film culto, datato 1989 del regista giapponese Shinya Tsukamoto (una celebrita’ in patria). Tutto incentrato sull’orrore tecnologico, tra deliri cibernetici/post-industriali-biomeccanici, in un susseguirsi di eventi allucinanti che solo alla fine sembranno (attenzione, il mio e’ puro ottimismo) avere un senso. Di fronte a questo breve film (dura solamente 67 minuti, anche se si ha l’impressione siano almeno 3 ore) potremmo essere portati ad avere la stessa reazione di Fantozzi con la La corazzata Potëmkin, ma fate uno sforzo perche’ Tsukamoto riesce a rendere al 100% la morale passeista, il rifiuto della modernita’ e della sfrenata industrializzazione in tempi non sospetti. Che poi questa specie di capolavoro sia assolutamente inguardabile, e’ un mero dettaglio per principianti!

 

 

300

Anno: 2007
Nazione: Stati Uniti d'America
Distribuzione: Warner Bros
Durata: 117'
Data uscita in Italia: 23 marzo 2007
Genere: drammatico,storico
Regia: Zack Snyder

Tratto da Azione Tradizionale

Inseriamo di seguito la recensione completa del film, secondo quella che è la visione della Comunità Militante di Raido.

Ci si poteva aspettare, visto il trailer e i cartelloni pubblicitari, che non sarebbe stato il film perfetto su Sparta, ma pensavamo sicuramente a qualcosa di migliore di quello che abbiamo visto. La storia delle Termopili e della vita spartana, agli occhi di un americano, forse, non poteva essere vista altrimenti. Lontani dalle cifre del successo ai botteghini Usa, della polemica con Ahmadinejad (che abbiamo scoperto avere ancora una volta ragione), tentiamo di fare una breve analisi della pellicola ispirata al fumetto. Prima considerazione obbligatoria da fare: gli spartani come trucide macchine da guerra, esseri viventi votati al solo sforzo fisico e bellico, somiglianti a tratti ai centocelle nightmare, è sicuramente limitante. Mancano le lotte interne agli uomini, quella che potrebbe essere vista come grande guerra santa, manca la sconfitta delle proprie paure (che nel libro “Le porte di fuoco” è rappresentata benissimo), manca tutto ciò che, insomma, è oltre la materia. Manca l’elemento spirituale, quello più profondo di ogni uomo, e che lo è stato per ogni guerriero spartano. Nel mondo attuale, nel quale tutto è filtrato con le lenti materialistiche, può facilmente sembrare assurdo e inconcepibile un tale aspetto, ma la guerra era anche ascesi, la guerra era di sicuro intrisa di qualcosa di mistico, e la rappresentazione che viene fatta dei sacerdoti spartani, come di vecchi avidi e corrotti stregoni, ai quali Leonida doveva rispetto solo in ossequio a vecchie tradizioni che osservava con malumore, ci sembra alquanto distorta.Il furore che anima le azioni degli spartani è eccessivo e fin troppo stucchevole, ma al tempo stesso comprensibile, visto che il film ha carattere “fumettistico”: ci immaginiamo al contrario un freddo e lucido distacco anche nei confronti della battaglia stessa, un controllo totale dei propri mezzi e della propria forza, che veniva dominata di contro alla massa di soldati che gli si scagliava contro, in preda a quello che veniva chiamato “furor”, una rabbia incontrollata, che non aveva nulla a che fare con lo spirito spartano. A tal proposito, frase che ci ha fatto sorridere (amaramente, visto che le azioni erano sempre guidate dall’amore per la virtù e per Sparta stessa), è quella del comandante che, vedendosi decapitare davanti a sé il figlio, confida al re spartano di avere il cuore “gonfio d’odio”, per essere poi seguito da una pacca d’approvazione di Leonida stesso.Ci fa sorridere l’”accoglienza” riservata agli ambasciatori persiani, trucidati senza troppi motivi (tra l’altro dopo l’“autorizzazione” della Regina, moglie di Leonida, quasi come se fosse data a lei l’ultima parola per uccidere i legati persiani), quando invece nel succitato libro si nota un rapporto (normale per quella razza di uomini) quasi confidenziale con l’ambasciatore, rapporto che non nascondeva nessun risentimento o odio precostituito, chè era un confronto tra uomini nobili e leali, che si sarebbero combattuti sul campo la vittoria.Fa sorridere ancora di più (e non solo a noi, ma a tutta la sala) Serse, il Re dei Re persiano. Nella visione americana delle cose, è normalità vedere tutto bianco contro nero, in un costante e imperante manicheismo. Ma di certo Serse non era quell’omone con rossetto e piercing, dalle ambigue tendenze, come ce lo ha disegnato il regista. E di certo sotto le maschere dell’esercito degli Immortali non si celavano strani figuri decrepiti e inguardabili: tali maschere avevano infatti la funzione di rendere l’azione del guerriero totalmente impersonale.Ci fanno sorridere (sempre amaramente) inoltre le molte imprecisioni, come lo scudo lasciato a terra da Leonida di fronte a Serse, gesto questo che era considerato, invece, come il peggiore e più intollerabile per ogni spartano, essendo lo scudo il mezzo per la difesa di sé e dei propri compagni. O come il discorso incitante ai diritti degli spartani, o quello ultimo contro il misticismo (perché, e cosa c’entrava?).La pellicola riserva, in qualche momento, scene spettacolari di guerra, e momenti brillanti, e sarebbe stato difficile non riuscirci, in almeno qualche momento, considerato l’enorme valore di quei soldati e le loro memorabili risposte alle provocazioni dei nemici. Ma le inesattezze storiche, il troppo sangue, la mancata presenza di aspetti sacri negli spartani, e il voler vedere sempre tutto come i “buoni contro i cattivi”, rendono questo film molto superficiale, adatto ad un pubblico di quattordicenni americani con la pistola in mano che magari facendosi chiamare spartani aspirano a diventare i nuovi rambo alla caccia del nemico asiatico.

Cos’è stata Sparta, allora? E’ stata quella città di pazzi sanguinari, di assetati d’odio e vendetta, di inalberati e ciechi guerrieri, simili a robot indomabili? Non crediamo.

E’ stata, di sicuro, una città di uomini e donne liberi. Di uomini che hanno dato, perché lo hanno voluto, la loro vita alla virtù, che hanno saputo coltivare il loro essere uomini con le armi in mano, nella continua ricerca della perfezione e miglioramento di sé, e di donne coraggiose che hanno amato e coltivato la loro natura, che significava dare al mondo nuovi guerrieri spartani e crescerli, e accettare ogni sorte che ciò poteva comportare, dalla morte in battaglia all’allontanamento, senza versare inutili lacrime e infondendo coraggio allorquando ve n’era bisogno. Sono stati uomini, quelli spartani, che hanno lottato con e per l’onore, che hanno lottato per la propria terra, per la giustizia, conoscendo il sacrificio e lambendo le porte del Sacro con il loro sangue ed il loro Esempio. Sono stati uomini che hanno fondato una città, che, lontanamente dai deliri holliwoodiani, è oggi il simbolo e il faro per migliaia di giovani che vogliono far brillare dentro di sé quella luce di divino che ognuno di noi nasconde.

Per disintossicarsi dal misto di sangue e materia del film, allora, consigliamo per l’ennesima volta la lettura di quel fantastico libro che rappresenta in modo fedelissimo ed esaltante (come altrimenti non potrebbe essere) il mondo spartano e la battaglia delle Termopili, che è “Le porte di fuoco”. Libro che fa vibrare davvero certe corde, libro che rispecchia fedelmente quella che è stata Sparta e che spinge chiunque abbia una certa sensibilità, a emulare le eroiche gesta dei 300 spartani alle Termopili.

THEY LIVE

(Essi vivono)

Produzione: USA 1988
Durata: 93 minuti
Genere: Horror
Un film di John Carpenter
Uscita: 1988

Probabilmente il film più dichiaratamente politico del regista americano, "Essi Vivono", rappresenta per lo stesso Carpenter una visione non troppo fantastica dell'attuale epoca. Una società evidentemente basata sul capitalismo, sul benessere, che tende a "nascondere", a non farci vedere l'altra facciata della verità, popolata da persone che, spesso, neanche posseggono gli occhi per piangere...un po' come ha fatto il sindaco Giuliani a New York, a detta del regista che, a suo dire, ha relegato gli abitanti meno fortunati, nella parte della città non visibile al resto del mondo. Un po' come spazzare la polvere da casa, insomma. Il protagonista del film, l'ex campione di Wrestling Roddy Piper, qui nella sua migliore interpretazione tra i tanti scadenti film di azione da lui interpretati, veste i panni di un manovale in giro per la città alla ricerca di un lavoro che, casualmente, riesce a scoprire la verità attraverso un paio di occhiali neri. Indossandoli, scopre che tutto quello che sta vedendo con i suoi occhi, è soltanto una visione delle cose che qualcun'altro ci ha abituato a farci vedere. La verità quindi, è visibile in bianco in nero mentre gli alieni, credono di convincerci che il nostro è un mondo "a colori". In realtà, sotto ogni manifesto pubblicitario, sotto ogni immagine televisiva, sotto ogni pagina di qualsiasi giornale, si celano dei misteriosi messaggi subliminali che tendono a renderci schiavi della volontà di una civiltà aliena. Essa stessa apparentemente simile alla razza umana, in realtà composta da orribili mostri dal corpo scarnificato e dai volti simili a dei teschi, comunicante tra di loro ( non a caso ) attraverso preziosissimi Rolex d'Oro. Il film è un crescendo di tensione e di orrore, che conosce il suo momento probabilmente più emozionante, in tutta la parte nella quale il protagonista scopre casualmente l'esistenza degli alieni che sfocia in una entrata in banca armato di fucile con tanto di esclamazione ( "raccomandate l'anima al creatore: sono venuto ad annientarvi" ). Memorabile l'entrata in scena del protagonista, all'inizio...la macchina da presa che inquadra un muro con su scritto "They Live" per poi spostarsi verso una vecchia ferrovia...dalla quale vediamo arrivare questa sorta di "antieroe", sicuramente uno dei più inusuali della storia del cinema sotto le note della bellissima "Back to the street" suonata dallo stesso Carpenter. Più amara e cinica la prima parte del film, più indirizzata al divertimento e allo humour la seconda fino ad arrivare ad un finale beffardo e bellissimo. Straordinaria, come sempre, la colonna sonora. Sceneggiatura di un tal Frank Armitage, probabilmente ennesimo pseudonimo dello stesso Carpenter.

 

L'ultimo samurai

Produzione: USA
Durata: 144 minuti
Genere: Avventyura/Azione
Un film di
Edward Zwick
Uscita: 2003

L'ultimo samurai è un affresco epico di grande respiro su un'epoca, intorno al 1876, in cui il giovane imperatore Meiji inizia ad introdurre un moderato riformismo nei costumi e nella società nipponica (oltre alle armi da fuoco, sono gli anni delle prime strade ferrate). Un'epoca di trapasso, dunque, che vede schierati e ferocemente contrapposti i fieri paladini del progresso a tutti i costi e gli altrettanto strenui difensori di una tradizione, come quella dei samurai, che per secoli ha dato gloria al Giappone a prezzo della propria vita. Il termine samurai, non a caso, indica 'colui che serve'. Uomini votati ad un disciplina che non di rado porta all'auto-annientamento contro armi automatiche (dai rudi fucili Winchester decantati da Cruise nella scena iniziale fino ai cannoni della battaglia finale) impugnate da individui senza alcun senso dell'onore. Un tema non nuovo, già magnificamente svolto da Ermanno Olmi ne "Il mestiere delle armi" (2000), che qui il regista correda di un afflato magniloquente (la critica ha, non a caso, citato Braveheart e Balla coi lupi come punti di riferimento più vicini) ma senza scadere nella retorica. Colpisce l'attenzione al dettaglio che sottende tutta la storia, dai lunghi piani-sequenza delle battaglie fino ai gesti, solo apparentemente insignificanti, delle comparse. Anche questo, in fondo, è parte della cultura orientale, che sembra essere stata perfettamente interiorizzata dagli autori (la sceneggiatura è stata scritta da Zwick insieme a John Logan e Marshall Herskovitz) , oltre che dagli interpreti.

Romanzo Criminale

Produzione: ITA
Durata: 150 minuti
Genere: Drammatico
Un film di Michele Placido
Uscita: 200
5

Roma anni Settanta. Tre giovani della piccola malavita romana, il Libanese, il Freddo e il Dandi, si accordano cercando di formare una fitta rete di alleanze tra tutti i "pesci piccoli". Il primo atto del gruppo è il sequestro e l'uccisione del Barone Rosellini, un ricco possidente. Investono poi i soldi del riscatto nel traffico dell'eroina, mettendo in piedi una vera organizzazione criminale che riesce in poco tempo ad assumere il controllo assoluto del traffico di droga. Presto le loro mire si espandono verso altri campi come quello della prostituzione e del gioco d'azzardo. Si alleano con la mafia e ottengono la protezione delle frange deviate dello Stato. L'unico a intuire lo strapotere del gruppo criminale è il commissario Scialoja, che per distruggerli intreccia con Patrizia, una prostituta che è la donna di Dandi, una relazione che sfugge di mano ad entrambi perché i due si coinvolgono sentimentalmente. La sete di potere del Libanese, spinge il gruppo ad osare sempre di più, fino alla morte di uno dei capi carismatici e allo scatenarsi di una serie di vendette trasversali che metteranno a ferro e fuoco la città.

Sul finire del film un accenno piuttosto marcato all'implicazione dei servizi segreti e di altre forze statali nell'ambito di tutta la vicenda, e quasi una sorda compassione nei riguardi di quelli che furono, si, carnefici...ma vittime al tempo stesso.

L'esercito delle 12 scimmie

Produzione: USA
Durata: 125 minuti
Genere: Fantascienza
Un film di
Terry Gilliam
Uscita: 1996

Nel 2035 la gente vive un'altra dimensione. Miliardi di esseri umani si sono estinti a causa di un virus mortale che ha infettato il mondo: l'ha scoperto il virologo Leland Goines, premio Nobel. La superficie della Terra è diventata inabitabile; i pochi superstiti vivono nelle viscere di quella che fu Philadelphia, con il virologo e la sua équipe di gelidi scienziati ed un gruppo di prigionieri. Fra costoro vi è James Cole, che viene scelto ed equipaggiato per spedirlo in quella metropoli, all'indietro nel tempo a raccogliere informazioni. Cole sbuca nelle strade nevose di una città terrificante pressoché morta, dove passeggiano le fiere e i rarissimi relitti umani. Lo spirito e le forze di Cole (il riluttante "volontario") non sono però esauriti. " preso per pazzo (e forse lo è, ridotto tale dalla convivenza con gente folle, tra cui soprattutto Jeffrey, il giovane figlio di Leland, che lo ha fatto internare): ha intuizioni acute (pensa che il destino degli uomini sia ormai decretato per sempre) però si aggrappa ad un brandello di memoria infantile: la visione di un aeroporto, dove un bimbetto assiste ad una sparatoria. Incontrata ora una psichiatra, Kathryn Railly, questa lo assiste e Cole se ne innamora. Per il "volontario" il problema è di cercare indizi ed informzioni sulla tragedia mondiale che ha colpito chi allora era vivo con l'epidemia del virus, di decifrare quella immagine infantile e, infine, di lottare contro il malvagio e folle Jeffrey, messosi a capo dell'esercito delle 12 scimmie. Il cosiddetto esercito non è che una modesta banda di teppisti, animalisti fanatici (e infatti le fiere dello zoo, da loro liberate, scorrazzano per la città).In aeroporto decisi a partire insieme e liberi verso l'Oceano Pacifico, James e Kathryn si trovano nello stesso scenario (il bambino, la giovane) sedimentato nella memoria del "volontario". All'imbarco c'è l'assistente del dottor Goines, colui che aveva con qualche fialetta mandato alla rovina il mondo, da New York a Pechino. Cole ha ormai raccordato indizi sulla condanna dell'umanità con quel crimine, ma non può certo impedirne l'olocausto, anche se ora sa che la sua mente non è quella di un pazzo. Con Kathryn egli conclude che, comunque, è infinitamente meglio per tutti gli umani che il futuro resti avvolto nel mistero e che vale la pena di vivere il presente. Ma un proiettile mortale arriva su Cole: negli occhi ha la visione di un bambino - lui stesso - "quello" della memoria.

Shooter

Anno: 2007
Produzione: Usa
Durata: 124'
Genere:
azione

Si puo’ dire sin dall’inizio e senza tergiversare troppo, che Shooter e’ un film camerata, anzi cameratissimo. Si puo’ aggiungere anche che ci sono degli americani che hanno capito tutto perfino meglio di noi. A volte. Poi ci si potrebbe chiedere con un ironico sorrisetto come mai Shooter, action movie perfetto con un Mark Wahlberg da urlo ed in ottima forma non abbia alzato una lira - anzi, un dollaro - in madrepatria… e per rispondersi basterebbero due concetti: teoria cospirazionista e ragnatela gigante con al centro la bandiera a stelle e strisce in macabra attesa della prossima vittima!

Shooter narra la storia di un cecchino veterano (Mark Wahlberg) che, nauseato dai continui tradimenti dei vertici militari ai danni della sua amata bandiera e a seguito della morte del suo camerata e amico, decide di ritirarsi a vita privata nel suo chalet in Virginia, dove vive con il suo fedele cane dei frutti della sua caccia. La quiete verra’ presto disturbata da una visita del Colonnello Johnson, che vorrebbe affidargli una missione delicata: inscenare l’assassinio del presidente degli Stati Uniti, al fine di poter sconfiggere le reali minacce che gravano sullo stesso. Per convicere un reticente Bob Lee Swagger (Mark Wahlberg ), Johnson fara’ leva sul patriottismo e sui nobili sentimenti del giovane cecchino. Ma Bob finira’ vittima di quel sistema che gia’ altre volte lo ha violentemente tradito… e sara’ costretto a battersi per la vita, per la sua integrita’ morale e tutto cio’ in cui crede e per cui i suoi padri, prima di lui, hanno da sempre lottato.

Shooter e’ un film d’azione, drammatico, divertente, vi fara’ innamorare di questo soldato pieno d’onore e fedelta’ che arrivera’ anche ad esprimere severi giudizi sulla guerra in Iraq e, piu’ in generale, sulla societa’ americana.
Diretto da Antoine Fuqua (King Arthur), il lungometraggio possiede inoltre, nella versione dvd, degli extra di tutto rispetto e godibilissimi.