ERNESTO "CHE" GUEVARA

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Trentotto anni fa veniva ucciso per la prima volta, dalla rozza reazione, il Comandante Che Guevara. Da trentasette anni è ucciso ogni giorno dall’impudicizia della borghesia progressista.

L’otto ottobre di trentotto anni fa cadeva in un’imboscata Ernesto Guevara detto il Che. Ferito al ventre, veniva lasciato agonizzare fino alla morte che sarebbe  sopraggiunta per dissanguamento nelle prime ore del giorno successivo. Da allora Che Guevara è divenuto un mito, una leggenda e, purtroppo, soprattutto un prodotto di marchandising.

Il Che si ritrova ovunque: stampato sulle t-shirts della borghesia più annoiata, dipinto nei pins, tatuato sulle braccia del miliardario Maradona, stampato sugli striscioni delle tifoserie che si pretendono orientate a sinistra. Emblema di una trasgressione formale, di un nostalgismo scialbo, il Che viene ucciso ogni giorno da quella borghesia decadente contro il cui strascicato dominio di classe aveva deciso, egli, indomito leone, di ruggire e morire.

Lo aveva ucciso una prima volta la reazione rozza e feroce che vestiva la casacca dei militari boliviani. Lo ha poi iniziato ad uccidere una seconda volta, senza mai smettere di commettere il crimine, facendone scempio, il tifo del popolo “progressista” che con la rivoluzione del Che nulla, ma proprio nulla ha in comune.

E intanto, controcorrente, discretamente, con delicatezza, molti di coloro che avrebbero dovuto odiarlo hanno maturato una passione per questo condottiero.

Il Che infatti aveva affascinato ancor prima della sua epica morte, e cioè sin dal tempo in cui si era messo in viaggio verso l’utopia più impossibile, molti di coloro che  a sinistra non avevano alcuna intenzione di militare, che stando alla logica dei clichets che impera nella società dello spettacolo, e, quindi  nello spettacolo della politica, avrebbero dovuto essere i suoi più accaniti nemici.

Oggi che i tempi sono cambiati sono in tanti, tra quelli che hanno scelto di tifare per l’ultradestra, a detestare visceralmente il guerrigliero perché in un’ottica speculare con i centri sociali, non possono non disprezzare quel che gli altri incensano. Se tu dici a io dico b, se dico b, tu dirai c: una stupidità diffusa e oramai persino comprensibile.

Allora però che le passioni erano vive e non virtuali, il Che fece breccia nei nostri cuori. Fece breccia ispirando a uno dei più acuti e brillanti pensatori dell’estrema destra francese, Jean Cau, il magnifico “Una passione per il Che”, un libro che in esilio fu tra i preferiti e più riletti di Walter Spedicato, il quale, d’altronde, provava per il Che una passione non certo inferiore a quella di Cau.

Aveva fatto breccia immediatamente dopo la sua barbara uccisione nei cuori dell’allora fascistissimo Bagaglino che produsse persino un 45 giri veramente double face. Conteneva da una parte “Il legionario di Lucera” e dall’altra “Addio Che”.  Spiegava, il Bagaglino, nel retro copertina, la ragione che l’aveva spinto a rendere quest’omaggio a due figure così opposte in apparenza: la loro identità esistenziale. E il testo della canzone dedicata a Guevara conteneva delle farsi che dicevano tutto. “La gente come te non crepa nel suo letto, non muore di vecchiaia…” e ancora “Non eri come loro, dovrai morire solo, addio Che !”.

Il Bagaglino aveva centrato la ragione reale, cioè la stima e la simpatia esistenziale, che spingeva tanti nemici politici del Che animati da un fuoco ideale, ad esserne ammiratori incondizionati.

Negli anni immediatamente successivi, ad alimentare la passione eterodossa per il Che, di motivazioni ne intervennero altre, assai meno valide. Per certuni che provavano un senso d’inferiorità nei confronti della sinistra, che allora era mediaticamente e militarmente dominante, e qualche senso di colpa maturato per i retaggi del fascismo costantemente demonizzato, il poster del Che rappresentava una sorta di uscita di sicurezza, una tappa esteticamente accettabile nella strada per il rinnegamento di sé. Per altri il riflesso fu di genere opposto. Il Che non era comunista – dicevano costoro – perché la sua vita nega il materialismo in quanto è incarnazione di un’etica guerriera. Se i primi erravano, nel senso letterale della parola, i secondi si sbagliavano perché il Che era comunista. Aveva combattuto ed era morto da comunista, dando, certamente, al comunismo un senso diverso, spesso opposto, rispetto alla stragrande maggioranza di coloro che si orientavano all’utopia rivoluzionaria, nobilitando quanto i più hanno insozzato.

Era però sicuramente comunista, e ciò a dispetto di un aneddoto che si raccontava all’epoca. Il Che, si diceva, qualche settimana prima di essere catturato aveva rifiutato di concedere un’intervista ad un inviato dell’unità. “Ci sono tre buone ragioni per non concedergliela -  si raccontava avesse detto Guevara – perché è giornalista, perché è comunista, perché è italiano”.

In realtà, sempre che l’aneddoto abbia un fondamento, va letto altrimenti da come ci piaceva all’epoca intenderlo. Il Che era in marcia per la guerra rivoluzionaria, per l’affermazione titanica di un’utopia latinoamericana, in conflitto con le nomenclature ufficiali del comunismo. Innanzitutto contro Mosca – che secondo alcune versioni ne avrebbe deciso e pianificato l’eliminazione per tramite di un comunista boliviano – e persino contro la Cina, allora alleata oggettiva della politica estera degli Stati Uniti.

I comunisti italiani, per tradizione togliattiana, erano le jene da guardia del regime sovietico ed era per questo, probabilmente, che il Che li detestava e ne diffidava.

È pur vero che il Che non ottenne grandi appoggi dalle sinistre mondiali allorquando egli, guerrigliero argentino che aveva rivoluzionato Cuba, aveva deciso di abbandonare una tranquilla poltrona ministeriale per andare a tentare il destino in Bolivia nella prospettiva di portare il fuoco di una rivoluzione continentale.

In preparazione dell’impresa si era rivolto a tanti governanti e uomini politici non allineati, tra i quali si trovavano fior di comunisti. I quali, però, lo disattesero molto più di coloro che comunisti non erano e spesso erano addirittura anticomunisti convinti. Era così tornato dal giro d’orizzonte per paesi potenzialmente amici stringendo un pugno di mosche. I soli che lo avevano ascoltato ed appoggiato in qualche modo erano stati il suo compatriota e politicamente “opposto” Peron che si trovava all’epoca in esilio in Spagna, il dittatore spagnolo Francisco Franco e il presidente algerino Boumedienne. Per il resto il vuoto.

“Non eri come loro, dovrai morire solo…”

Il Bagaglino, animato dalla sensibilità immediata degli artisti, colse quindi la ragione vera che avrebbe fatto del Che una figura cara per molti dei suoi nemici politici, per tanti ammiratori di Mussolini, di Pavolini, di Skorzeny .

Il suo andare incontro alla morte praticamente da solo, senza prospettive possibili, in nome di una passione, rinunciando ad invecchiare da ricco e potente in una poltrona ministeriale.

Tutto questo fece per noi, allora, del Che un nobile guerriero, un esempio. E per me lo è ancora.

Per capire lo spirito atipico, spartiata, del Che, ecco alcune sue citazioni, tratte dal sito http://biografiaonline.it

 

«Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza.»

 «Il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d'amore.»

«La vera rivoluzione deve cominciare dentro di noi.»

 «Il silenzio è una discussione portata avanti con altri mezzi.».

Alla quale ne aggiungo una, particolarmente significativa, che cito a memoria e che recita più o meno così: “Rivoluzione è trasporre nella vita di tutti i giorni i valori della guerriglia”.

 

Come vedete l’essenziale è detto. Poco resta da aggiungere se non che si può amare un comunista così senza fingere che non fosse comunista. Siamo abbastanza forti per questo.

Lo si può amare perché in un mondo di sonnambuli amiamo chi vive d’un sogno.

“Hasta siempre, Comadante Che Guevara".

Un grazie a Gabriele Adinolfi

La vita del "Che"

1928 - Il 14 giugno nasce a Rosario, in Argentina, da Celia de la Serna ed Ernesto Guevara Lynch. Trascorre i primi due anni a Puerto Caraguatay, nella provincia di Misiones, sulle rive dell'Alto Paranà, ai margini della selva paraguaiana.

1930 - A due anni contrae l'asma in forma cronica e la famiglia è costretta a trasferirsi in un clima asciutto. Viene scelta la cittadina di Alta Gracia, sulla Sierra di Còrdoba.

1945-50 - Termina il liceo e si trasferisce con la famiglia a Buenos Aires. Trova un lavoro come impiegato municipale e si iscrive alla facoltà di medicina. Da paziente si trasforma in collaboratore nel laboratorio di un celebre allergologo, il dottor Pisani.

1951-52 - Viaggia in motocicletta con l'amico Alberto Granado. L'obiettivo è la visita dei più celebri lebbrosari latinoamericani, ma il viaggio si rivela una fonte inesauribile di avventure ed esperienze. Si conclude a Miami nell'agosto del 1952, da dove il Che ritorna in aereo.

1953 - Supera in pochi mesi i quindici esami residui e si laurea in medicina, con una tesi in allergologia. Riparte per un viaggio in America Latina. Gli interessi originariamente archeologici si trasformano man mano in politici. A La Paz, in Bolivia, assiste a un momento di crescita impetuosa del movimento operaio e contadino, sotto il governo di Paz Estenssoro. Per scelta politica decide di andare a conoscere un movimento analogo in Guatemala.

1954 - In Guatemala da gennaio ad agosto. Partecipa attivamente al movimento sorto sotto il governo di Jacobo Arbenz, collaborando nel servizio sanitario e arruolandosi nelle brigate giovanili. Si avvicina agli ambienti del Pgt (il partito comunista) e comincia a darsi una formazione marxista. Lo aiuta una giovane artista di sinistra, la peruviana Hilda Gadea, della quale si innamora. La sposerà in Messico due anni dopo, avendone la figlia Hildita. Un'aggressione di mercenari, organizzati in Honduras dalla Cia e guidati dal colonnello Castillo Armas, pone termine al movimento in Guatemala. Arbenz abdica senza reagire e Guevara deve rifugiarsi nell'ambasciata argentina.

1955-56 - Ripara a Città del Messico, dove sopravvive alla meno peggio facendo il fotografo ambulante e il venditore di libri, finchè ottiene un posto nel reparto di allergia dell'ospedale generale. Termina alcune pubblicazioni scientifiche e riprende con vigore gli studi di marxismo. Conosce il gruppo degli esiliati cubani e si arruola come medico nella spedizione che preparano sotto la guida di Fidel Castro, l'eroe del Moncada. Partecipa ai corsi all'accampamento cubano e all'addestramento militare sotto la guida di un fuoriuscito della guerra civile spagnola, il gen. Bayo. L'accampamento viene scoperto e il Che arrestato con gli altri cubani. Per la loro scarcerazione compie uno sciopero della fame in prigione. Vi resta più a lungo degli altri (57 giorni). Liberato salpa col "Granma" da Tuxpàn, il 25 novembre, e sbarca a la Playa de las Coloradas, il 2 dicembre.

1957-58 - Sono gli anni della guerra rivoluzionaria. Costruisce la seconda colonna, che si forma a partire da quella diretta da Fidel. Sulla Sierra Maestra organizza il "territorio libero" di El Hombrito. Dirige, nella fase finale, una delle due colonne che devono realizzare l'invasione dalla Sierra all'Avana: campagna di Las Villas e vittoria nella battaglia di Santa Clara.

1959 - Membro dei governo rivoluzionario, diventa cittadino cubano. A giugno sposa Aleida March, dalla quale avrà quattro figli: Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto. Tra giugno e settembre dirige una delegazione economica all'estero, in Egitto, India, Giappone, Indonesia, Sri Lanka, Pakistan, Jugoslavia, Marocco. Al ritorno è nominato capo del Dipartimento di industrializzazione dell'lnra (Istituto per la Riforma agraria). A novembre è nominato Presidente della Banca nazionale.

1960 - A ottobre-novembre compie una visita ufficiale in Cecoslovacchia, Urss, Cina, Corea, Rdt.

1961-64 - Dirige per quattro anni il Ministero dell'industria. E' la sua attività principale, insieme a corsi di formazione (per se stesso, nelle materie necessarie al Ministero), viaggi diplomatici all'estero e una ricca produzione teorica in vari campi. Nel 1963-64 darà il via e animerà il celebre "Dibattito economico" - su la legge del valore, i criteri della pianificazione, i rapporti tra economia di mercato e socialismo. Ne uscirà sconfitto, ma dopo aver dato prova di notevoli capacità teoriche e profonda ispirazione democratico-rivoluzionaria. Ad agosto del 1961 dirige la delegazione cubana alla Conferenza del Cies a Punta del Este, in Uruguay. Durante la Crisi dei missili, dell'ottobre 1962, gli viene affidato il comando della difesa sul fronte occidentale (Pinar del Río). A luglio del 1963 compie un'importante visita nell'Algeria di Ben Bella. A marzo-aprile del 1964 dirige la delegazione cubana alla Conferenza di commercio e sviluppo convocata dall'Onu a Ginevra. A novembre del 1964 è a capo della delegazione cubana che a Mosca partecipa ai festeggiamenti per il 47' anniversario della Rivoluzione d'Ottobre. E' il suo terzo ed ultimo viaggio in Urss. Il 9 dicembre pronuncia un discorso a New York, all'Assemblea dell'Onu e pochi giorni dopo compare nella televisione americana, dove proclama apertamente le proprie posizioni rivoluzionarie sull'America latina. Senza tornare a Cuba, parte per un lungo viaggio in vari paesi africani. Il primo è l'Algeria.

1965 - Tra gennaio e marzo visita il Mali, il Congo Brazzaville, la Guinca, il Ghana, il Dahorney, la Cina, la Tanzania. Il 24 febbraio interviene al Secondo seminario economico di solidarietà afroasiatica di Algeri, dove denuncia lo sfruttamento mondiale dell'imperialismo, ma anche il profitto che i paesi "socialisti" ricavano dai meccanismi dello scambio ineguale. Si reca poi in Egitto dove pronuncia, accanto a Nasser, il suo ultimo intervento pubblico. Il 14 marzo rientra all'Avana, accolto dai massimi dirigenti. E' l'ultima volta che compare in pubblico. Nel periodo della "scomparsa" si reca come consulente militare in Congo e in Tanzania. A Cuba prepara la spedizione boliviana.

1966 - Ai primi di novembre compare in Bolivia, sotto falso nome e sembianze irriconoscibili. Raggiunge la zona di operazioni della guerriglia e comincia a tenere un diario.

1967 - Il 17 aprile viene reso pubblico il testo del "Messaggio alla Tricontinentale". Le agenzie di stampa cominciano a parlare della presenza del Che in Bolivia. Il 7 giugno il governo boliviano di Barrientos dichiara lo stadio di assedio. Il 24 giugno viene repressa nel sangue la rivolta dei minatori di Catavi e Huanuni. La guerriglia riporta qualche successo militare. Ma si divide in due gruppi che non riusciranno più a ricongiungersi. Il 31 agosto, a Vado del Yeso, viene distrutto il gruppo di Joaquin, di cui fa parte anche "Tania la guerrigliera". Il 26 settembre, nella zona di Valle Grande, il gruppo del Che cade in un'imboscata. L'8 ottobre, alla Quebrada del Yuro, il gruppo è accerchiato e il Che, ferito alle gambe viene catturato. Trasferito nella scuola del villaggio di Higueras, viene interrogato e poi lasciato per una notte senza cure. Al mattino del 9 ottobre viene ucciso con un colpo di pistola, per decisione ufficiale del governo. Il suo cadavere viene trasportato in elicottero a Valle Grande e successivamente sepolto in un luogo segreto nei pressi di quella stessa città. Il mondo incredulo, attende la conferma della morte, che viene data da Fidel Castro, il 15 ottobre.

 

La morte del "Che"

Ernesto Che Guevara viene fatto prigioniero l'8 ottobre del 1967 è portato nella scuola di La Higuera in cui rimane fino al 9 mattina; venne informato dell'arresto il Presidente della Bolivia, che alle nove di sera si reca dall'ambasciatore degli Stati Uniti a La Paz e alla sua presenza telefona a Washington: la risposta fu che il Che doveva morire e subito, perché costituiva un grave pericolo per gli interessi degli Stati Uniti e della Bolivia. I motivi? L'opinione pubblica internazionale si sarebbe potuta mobilitare, gruppi di comunisti fanatici avrebbero potuto cercare di liberarlo e la Bolivia si sarebbe agitata. Era preferibile la sua morte, la sua distruzione totale. Un duro colpo per Cuba e per i movimenti rivoluzionari dell'America Latina, dissero! Decisero quindi di ucciderlo. Félix Ramos era un traditore, di origine cubana, agente della Cia, e partecipò all'uccisione del Che. I testimoni dissero che quando cercarono d'interrogare il Che usando la violenza, fu proprio lui che gli strappò parte della barba. Il Comandante, come suo solito, si ribellò; gli legarono le mani prima davanti e poi dietro, e il Che sputò in faccia proprio a Félix Ramos. In una delle foto che gli fecero prima di ucciderlo, si vede chiaramente che una parte della sua famosa barba gli era stata strappata. Gli spararono all'una e dieci del giorno 9.

Nel pomeriggio il cadavere venne trasportato a Valle Grande nell'ospedale Señor de Malta, dove gli tagliarono le mani per permettere ai periti argentini di fare le prove dattiloscopiche. Gli agenti della Cia volevano tagliargli anche la bella testa per inviarla negli Stati Uniti, ma i medici di Valle Grande si opposero e il cadavere venne dapprima esposto a Valle Grande e poi sepolto in un luogo segreto, in una fossa comune, nei pressi dell'aeroporto di quella città.

Nel ventesimo anniversario della sua morte i giovani boliviani gli hanno fatto omaggio a La Higuera e hanno scoperto un busto alla sua memoria. Fra di loro c'era anche il figlio del militare che dirigeva la compagnia che aveva catturato il Che. Nel luogo dove l'avevano barbaramente ucciso, dentro e fuori dalla scuola, i contadini hanno collocato anche alcune pietre su cui accendono candele e mettono fiori. Nell'ospedale, uno dei lavoratori più anziani aveva conservato tutti gli strumenti con cui avevano fatto l'autopsia al Che: alcuni di questi oggetti si trovano oggi nel museo di Santa Clara a lui dedicato, e altri nel museo della Rivoluzione a La Habana.
I boliviani hanno donato  ai cubani anche la barella con cui il Che venne portato da La Higuera a Valle Grande. La barella era stata conservata dalla stessa persona che lo aveva accolto all'ospedale.

In seguito, girò la voce che lo avessero cremato e disperse le ceneri, ma non era vero: la scomparsa del cadavere del Comandante ha accresciuto negli anni il mistero attorno alla figura del grande rivoluzionario. La località della sepoltura è rimasta sconosciuta fino a luglio del 1997, quando un gruppo di ricercatori ha identificato il cranio e alcune ossa del Comandante, sepolto in una fossa comune assieme a sette compañeros, a Valle Grande, circa 150 miglia a sud-est di Santa Cruz. Un ritrovamento reso possibile da Mario Vergas Salinas, un generale in pensione dell'esercito boliviano, che nel 1995 ha scelto di porre fine al silenzio imposto a riguardo della sepoltura del Che. E reso possibile anche grazie lalla testimonianza di Gustavo Villoldo, l'uomo che inseguì e catturò Guevara in Bolivia, e che ne ordinò la sepoltura segreta per evitare che i resti diventassero un monumento alla rivoluzione comunista cubana. 

I resti del Che sono stati traslati a Cuba, più precisamente a Santa Clara: il 17 ottobre 1997 è stata una data memorabile per la città cubana, quasi un nuovo ingresso trionfale del Comandante: cori di bambini, 21 salve di cannone, picchetto d'onore e accensione di una fiamma perpetua sulla nuova tomba del Che da parte di Fidel Castro. Oltre centomila persone hanno visitato il nuovo mausoleo in cui sono conservati i resti del Comandante, nei soli primi due giorni di "ritorno a casa". Tra i visitatori più illustri, anche papa Giovanni Paolo II che, in occasione del recente e storico viaggio nell'isola caraibica, ha voluto rendere omaggio alla tomba del Che.
 

Così, dopo anni in cui si era creduto di tutto - dall'impossibilità di accettare la notizia dell'uccisione del Che, al trafugamento del suo corpo, alla cremazione dei resti, al lancio del corpo stesso da un elicottero in volo sulla foresta boliviana per evitare che fosse trovato - finalmente il Che ha avuto sepoltura certa a Santa Clara.

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