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Orientamenti
Prefazione
L’editoriale “Il Libeccio”, ripubblicando “Orientamenti” di J.
Evola, si propone di offrire ai giovani un lettura agile e
scorrevole che vuol costituire la base essenziale per fissare dei
punti di riferimento. Sicuramente meritevoli di un adeguato
approfondimento, la cui importanza trova risalto nel confronto con
le tematiche proprie di un certo conformismo editoriale,
finalizzato allo “intorpidimento di massa”. Dopo questa doverosa
riproposta del Saggio di Julius Evola, di indiscussa attualità e,
capace di offrire – ancor oggi – elementi basilari per qualsiasi
intervento nel “politico”, “L’ Editoriale Il Libeccio” si propone
di inserire in una Collana brevi interventi su temi specifici
della Weltanschauung tradizionale.
Il Libeccio
Introduzione
E’ sorprendente constatare, dopo varie edizioni e ristampe, come
il motivo fondamentale di questo scritto passi inosservato.
Pubblicato per la prima volta quando si pensava che in Italia vi
fossero le condizioni per dar vita ad un movimento di idee, capace
di aggregare quanti si fossero resi disponibili a portare avanti
la battaglia per un nuovo ordine politico e sociale; l’interesse
per Orientamenti, e, in genere, per il tradizionalismo difeso da
Evola, fu incentrato più su quelle parti dell’analisi critica al
mondo delle ideologie demo – liberal – marxista, cioè su quegli
aspetti più marginali del pensiero tradizionale, che non sulle
interessanti potenzialità del mondo della Tradizione. Così, quelle
circostanze avevano influito ad “orientare” il lettore a
valorizzare più l’aspetto critico che quello, ben più importante,
normativo e positivo. Altre circostanze concorrevano a continuare
in questa lettura strabica dell’opera evoliana. Succede spesso che
editori e lettori non cooperano per il successo di un autore. Nel
caso nostro, un’editoria, diciamo, frettolosa, ma a volte anche
impegnata solo a far quattrini, ed una schiera di lettori avidi
del “nuovo” interessata solo a collezionare nella propria
biblioteca tutte le opere dell’Autore, hanno contribuito a
“consumare” Evola prima di essere capito. Così, ancora una volta,
la contraddizione ha avuto buon gioco: quello di veder passare
senza subire molti danni un Autore, che aveva impegnato la sua
esistenza a ri-svelare gli aspetti più vigorosi e carichi di
potenza dirompente della Tradizione. La riedizione di Orientamenti
ha , pertanto, il significato di un invito a rileggere questo
breve ma interessantissimo scritto con maggiore calma e
attenzione. In esso c’è essenzializzato, nel consueto stile
schietto e incisivo, tutto il progetto evoliano per un intervento
rettificante nel mondo moderno, e c’è anche dell’altro, basti
saper leggere tra le righe. Ma domandiamoci. Su quali basi Evola
costruisce le sue proposte? Naturalmente sulle verità della
Tradizione. Ma la Tradizione, sulle sue diverse forme: esoteriche,
esoteriche, sociali, non ha, come fine ultimo, la liberazione
dell’uomo, rispettivamente, dal suo Io, dalla sua natura animale,
dal caos sociale? In breve, i termini del problema , che qui
vogliamo evidenziare, sono riducibili a pochi punti
inequivocabili. Se la Tradizione esiste in funzione dell’uomo, per
elevarlo dalla mediocre piattezza naturalistica , qualsiasi
processo, che abbia riferimento all’uomo, e la sfera del politico
è precipuamente rivolta al miglioramento della condizione umana,
deve partire dall’uomo. Dalla logica di questa teorema non si può
sfuggire. E’ strano invece, ma ce lo possiamo spiegare con quanto
abbiamo detto all’inizio, come si sia potuta determinare
un’attenzione per le proposte politiche di Evola, trascurando il
fondamento su cui si reggono quelle proposte, che, lo si precisa
ancora una volta, hanno l’unico riferimento necessario nell’uomo.
Difatti, le prime tre delle undici proposizioni che compongono
Orientamenti sono dedicate all’Autore a declinare i tratti, che
dovranno contraddistinguere quest’uomo: “Ricostruire lentamente un
uomo nuovo da animare mediante un determinato spirito” e poi,
“rialzarsi, risorgere interiormente, darsi una forma, creare in se
stessi un ordine e una dirittura. Nulla ha imparato dalle lezioni
del recente passato chi s’illude, oggi, circa le possibilità di
una lotta puramente politica e circa il potere dell’una o l’altra
formula o sistema, cui non faccia da controparte una nuova qualità
umana”. Ed ancora prosegue: “è un rivoluzione silenziosa,
procedente in profondità, che si deve propiziare, a che siano
creati prima all’interno e nel singolo le premesse di quell’ordine,
che poi dovrà affermarsi all’esterno”. Parlare di un’esperienza di
cui siamo tutti testimoni in prima persona, pensiamo che non sia
fuori luogo in questa breve nota introduttiva, al fine di
esemplificare alcune delle ragioni di tante “vocazioni”abortite.
Nell’estate del ’68 quando il mondo giovanile ribolliva di
propositi e speranze di rinnovamento, chiedemmo un colloquio a
Evola. Proprio il pomeriggio in cui dovevamo essere ricevuti, si
concludeva un’assemblea alla quale avevano partecipato giovani di
varie città italiane, tre di questi (l’allora dirigente del gruppo
universitario “Ghibellino” di Roma, un giovane di Torino ed un
altro meridionale) saputo del nostro imminente incontro, chiesero
di unirsi a noi e approfittare di vedere il “Maestro”. Ricordiamo
che in quell’occasione, nonostante le speranze manifestate da quei
giovani sulle possibilità di dirigere quei moti per un cambiamento
positivo, Evola espresse il suo scetticismo circa le possibilità
di riuscire a far nostra quella rivolta, proprio perché mancavano
nei giovani precisi orientamenti e un’adeguata formazione. Dopo
appena qualche anno, abbiamo potuto accertarci che due di quei
giovani (quello di Roma e quello di Torino) erano passati nella
Sinistra, svolgendo, tra l’altro, il marginale ruolo di
picchiatori; il terzo giovane, il meridionale, che oggi, per i
propositi che allora manifestava, potremo definire un
paleobrigatista, era divenuto un galoppino democristiano. Fatti
come questi sono abbastanza eloquenti da darci la conferma di
quanto Evola abbia visto giusto, nel considerare prioritaria la
formazione interiore su ogni altro impegno; ma sono anche una
buona “chiave”per capire le ragioni delle “cadute”e dei
fallimenti, che hanno interessato uomini e organizzazioni
politiche che hanno presunto di rifarsi a Evola. La ricostruzione
interiore, su cui tanto il nostro Autore insiste, non va confusa
con una sorta di iperintellettualismo, perché ha riferimento con
la sfera dell’essere, in quanto i principi di cui quest’uomo sarà
capace di realizzare in sé, non solo dovrà “assumerli” ma anche
“applicarli” sul piano esistenziale. La trasmutazione si potrà
dire avvenuta quando alla viltà del “perbenismo”borghese, ma
soprattutto a se stessi, con piena consapevolezza, si potrà
gridare alto e forte: “Noi non possiamo fare altrimenti, questa è
la nostra via, questo il nostro essere”. I problemi della
costituzione di un Fronte della Tradizione, di un’èlite, di un
Ordine sono connesse con il cambiamento ontologico di un manipolo
di Uomini. Il resto è consequenziale. In questo ci pare che stia
il messaggio evoliano lanciato con Orientamenti.
Paolo Zagali
1 – E’ inutile crearsi illusioni con le chimere di un qualsiasi
ottimismo: noi oggi ci troviamo alla fine di un ciclo. Già da
secoli, prima insensibilmente, poi col moto di una massa che
frana, processi molteplici hanno distrutto in Occidente ogni
ordinamento normale e legittimo degli uomini, hanno falsato ogni
più alta concezione del vivere, dell’agire, del conoscere e del
combattere. E il moto di questa caduta, la sua velocità, la sua
vertigine è stata chiamata “progresso”. E al “progresso”furono
innalzati inni e ci s’illuse che questa civiltà – civiltà di
materia e di macchine – fosse la civiltà per eccellenza, quella a
cui tutta la storia del mondo era preordinato: finché le
conseguenze ultime di tutto questo processo furono tali da
imporre, in alcuni, un risveglio. Dove, e sotto quali simboli,
cercarono di organizzarsi le forze per una possibile resistenza, è
noto. Da un lato, una nazione che, da quando era divenuta una, non
aveva conosciuto che il clima mediocre del liberalismo, della
democrazia e della monarchia costituzionale, osò riprendere il
simbolo di Roma come base per una nuova concezione politica e per
un nuovo ideale di virilità e di dignità. Forze analoghe si
svegliarono nella nazione, che, essa stessa, nel Medioevo aveva
fatto suo il simbolo romano dell’Imperium, per riaffermare il
principio di autorità e il primato di quei valori, che nel sangue,
nella razza, nelle forze più profonde di una stirpe hanno la loro
radice. E mentre in altre nazioni europee dei gruppi si
orientavano già nello stesso senso, un terza forza si aggiungeva
allo schieramento nel continente asiatico, la nazione dei samurai,
nella quale l’adozione delle forme esteriori della civilizzazione
moderna non aveva pregiudicato la fedeltà ad una tradizione
guerriera incentrata nel simbolo dell’Impero solare di diritto
divino. Non si pretende che in queste correnti fosse ben netta la
distinzione fra l’essenziale e l’accessorio, che in esse alle idee
facesse da controparte un’adeguata persuasione e quantificazione
delle persone, che vi fossero state superate influenze varie
risententi delle forze stesse che si dovevano combattere. Il
processo di purificazione ideologica avrebbe potuto aver luogo in
un secondo tempo, risolti che fossero alcuni problemi politici
immediati e improrogabili. Ma anche così era chiaro che stava
prendendo forma uno schieramento di forze, rappresentante una
sfida aperta alla civiltà “moderna”: sia a quella delle democrazie
eredi della Rivoluzione francese, sia all’altra, rappresentante il
limite estremo della degradazione dell’uomo occidentale: la
civiltà collettivistica del Quarto Stato, la civiltà comunista
dell’uomo –massa senza volto. I ritmi si accelerarono, le tensioni
si accrebbero fino all’urto armato delle forze. Ciò che prevalse
fu il potere massiccio di una condizione che non indietreggiò
dinanzi alla più ibrida delle intese e alla più ipocrita
mobilitazione ideologica pur di schiacciare il mondo che stava
rialzandosi e che intendeva affermare il suo diritto. Se i nostri
uomini furono o no all’altezza del compito, se errori furono
commessi in fatto di tempestività, di completa preparazione, di
misura del rischio, ciò sia lasciato da parte, ciò non è cosa che
pregiudica il significato interno della lotta che fu combattuta.
Dei pari, o no, non interessa che oggi la storia si vendichi sui
vincitori, che le potenze democratiche, dopo essersi coalizzate
con le forze della sovversione rossa pur di condurre la guerra
sino all’estremismo insensato della resa incondizionata e della
distruzione totale, oggi vedono ritorcersi contro di loro gli
alleati di ieri come un pericolo ben più terribile di quello che
volevano scongiurare. Ciò che solo conta è questo: noi oggi ci
troviamo in mezzo ad un mondo di rovine. E il problema da porsi è:
esistono ancora uomini in piedi in mezzo a queste rovine? E che
cosa debbono, che cosa possono essi ancora fare?
2 – un tale problema va invero di là dagli schieramenti di ieri,
essendo chiaro che vincitori e vinti si trovano ormai su di uno
stesso piano e che l’unico risultato della seconda guerra mondiale
è stato il ridurre l’Europa ad oggetto di potenze e di interessi
extra europei. Devesi riconoscere poi che la devastazione che
abbiamo d’intorno e di carattere soprattutto morale. Si è in un
clima di generale anestesia morale, di profondo disorientamento,
malgrado tutte le parole d’ordine in uno in una società di consumi
e della democrazia : il cedimento del carattere e di ogni vera
dignità, il marasma ideologico, la prevalenza dei più bassi
interessi, il vivere alla giornata, stanno a caratterizzare, in
genere, l’uomo del dopoguerra. Riconoscere questo, significa anche
riconoscere che il problema primo, base di ogni altro, è di
carattere interno: rialzarsi, risorgere interiormente, darsi una
forma, creare in se stessi un ordine e una dirittura. Nulla ha
imparato dalle lezioni del recente passato chi s’illude, oggi,
circa la possibilità di una lotta puramente politica e circa il
potere dell’una o dell’altra formula o sistema, cui non faccia da
precisa controparte una nuova qualità umana. Ecco un principio che
oggi quanto mai dovrebbe aver evidenza assoluta: se uno Stato
possedesse un sistema politico o sociale che, in teoria, valesse
come il più perfetto, ma la sostanza umana fosse tarata, ebbene,
quello Stato scenderebbe prima o poi al livello delle società più
basse, mentre un popolo, una razza capace di produrre uomini veri,
uomini dal giusto sentire e dal sicuro istinto, raggiungerebbe un
alto livello di civiltà e si terrebbe in piedi di fronte alle
prove più calamitose anche se il suo sistema politico fosse
manchevole e imperfetto. Si prenda dunque precisa posizione contro
quel falso “realismo politico”, che pensa solo in termini di
programmi, di problemi organizzatori partitici, di ricette sociali
ed economiche. Tutto questo appartiene al contingente, non
all’essenziale. La misura di ciò che può esser ancora salvata
dipende invece dall’esistenza, o meno, di uomini che ci siano
dinanzi non per produrre formule, ma per esser esempi, non andando
incontro alla demagogia e al materialismo delle masse, ma per
ridestare forme diverse di sensibilità e di interesse. Partendo da
ciò che può ancora sussiste fra le rovine, ricostruire lentamente
un uomo nuovo da animare mediante un determinato spirito e
un’adeguata visione della vita, da fortificare mediante l’aderenza
ferrea a dati principi – ecco il vero problema.
3 – Come spirito, esiste qualcosa che può servir già da traccia
alle forze della resistenza e del risollevamento: è lo spirito
legionario. E’ l’attitudine di chi seppe scegliere la via più
dura, di chi seppe combattere anche sapendo che la battaglia era
materialmente perduta, di chi seppe convalidare le parole
dell’antica saga: “Fedeltà è più forte del fuoco”ed attraverso cui
si affermò l’idea tradizionale, che è il senso dell’onore o
dell’onta, - non piccole misure tratte da piccole morali – ciò che
crea una differenza sostanziale, esistenziale fra gli esseri,
quasi come fra una razza e un’altra razza. D’altra parte vi è la
realizzazione propria a coloro in cui ciò che era fine apparve
ormai come mezzo, in essi il riconoscimento del carattere
illusorio di miti molteplici lasciando intatto ciò che seppero
conseguire per se stessi,sulle frontiere fra vita e morte, al di
là del mondo della contingenza. Queste forme dello spirito possono
essere le basi di una nuova unità. L’essenziale è di assumerle, di
applicarle e di estenderle dal tempo di guerra al tempo di pace,
di questa pace soprattutto, che è solo una battuta d’arresto e un
disordine malamente contenuto – a che si determini una
discriminazione e un nuovo schieramento. Ciò deve avvenire in
termini assai più essenziali di quel che non sia un “partito”. il
quale può essere solo uno strumento contingente in vista di date
lotte politiche; in termini più essenziali perfino che non come un
semplice “movimento”, se per “movimento”s’intende solo un fenomeno
di masse e di aggregazione, un fenomeno quantitativo più che
qualitativo, basato ,più su fattori emotivi che non di severa,
chiara aderenza ad un’idea. E’ piuttosto una rivoluzione
silenziosa, procedente in profondità, che si deve propiziare, a
che siano create prima all’interno, soppiantando fulmineamente,nel
momento giusto, le forme e le forze di un mondo di sovversione. Lo
“stile” che deve guadagnar risolto è quello di chi si tiene sulle
posizioni di fedeltà a se stesso e ad un’idea, in una raccolta
intensità, in una repulsione per ogni compromesso, in un impegno
totale che si deve manifestare non solo nella lotta politica, ma
anche in ogni espressione dell’esistenza: nelle fabbriche, nei
lavoratori, nelle università, nelle strade, nella stessa vita
personale degli affetti. Si deve giungere al punto, che il tipo,
di cui parliamo, e che deve esser la sostanza cellulare del nostro
schieramento, sia ben riconoscibile, inconfondibile,
differenziato, e possa dirsi: “E’ uno che agisce come un uomo del
movimento”. Questa, che fu già la consegna delle forze che
sognarono, per l’Europa un ordine nuovo, ma che nella sua
realizzazione spesso fu impedita e deviata da fattori molteplici,
oggi va ripresa. E oggi, in fondo, le condizioni sono migliori,
perché non esistono equivoci e basta guardare d’intorno, dalla
piazza fino al Parlamento, perché le vocazioni siano messe alla
prova e si abbia, netta, la misura di ciò che noi non dobbiamo
essere. Di fronte ad un mondo di poltiglia il cui principio è “Chi
te lo fa fare”, oppure “Prima viene lo stomaco, la pelle (la
malapartiana “pelle”!) e poi la morale” ancora: “Questi non sono
tempi di cui ci si possa permettere il lusso di avere un
carattere”, o infine: “Ho famiglia”, si sappia opporre un chiaro e
fermo: “Noi, non possiamo fare altrimenti, questa è la nostra via,
questo il nostro essere”. Ciò che di positivo potrà esser
raggiunto oggi o domani, non lo sarà attraverso il naturale
prestigio e il riconoscimento di uomini sia di ieri, sia, ed ancor
più, della generazione nuova, che di tanto siano capaci e in ciò
diano garanzia per la loro idea.
4. – E dunque una sostanza nuova che deve farsi largo in una lenta
avanzata di là dai quadri, dai ranghi e dalle posizioni sociali
del passato. E’ una figura nuova che bisogna aver dinanzi agli
occhi, per misurarvi la propria forza e la propria vocazione.
Importante, fondamentale, è riconoscere appunto che questa figura
non ha a che fare con le classi, come categorie economiche, e con
gli antagonismi ad essere relativi. Essa potrà manifestarsi nella
veste del ricco come del povero, del lavoratore come dell’aristocrate,
dell’imprenditore come dell’esploratore, del tecnico, del teologo,
dell’agricoltore, dell’uomo politico in senso stretto. Ma questa
sostanza nuova conoscerà una differenziazione interna, la quale
sarà perfetta quando, di nuovo, non vi sarà dubbio circa le
vocazioni e le funzioni da seguire e del comandare, quando un
ripristinato simbolo di inconcussa autorità troneggerà al centro
di nuove strutture gerarchiche. Ciò definisce una direzione da
dirsi tanto antiborghese quanto antiproletaria, un direzione
sciolta del tutto dalle contaminazioni democratiche e dalle fisime
“sociali”, perché conducente verso un mondo chiaro, virile,
articolato, fatto di uomini e di guide di uomini. Disprezzo per il
mito borghese della “sicurezza”, della piccola vita
standardizzata, conformistica, addomesticata e “moralizzata”.
Disprezzo per il vincolo anodino proprio ad ogni sistema
collettivistico e meccanicistico e a tutte le ideologie che
accordano a confusi valori “sociali”il primato su quegli eroici e
spirituali coi quali deve definirsi, per noi, in ogni dominio, il
tipo dell’uomo vero, della persona assoluta. E qualcosa di
essenziale sarà conseguito quando si ridesterà l’amore per uno
stile di impersonalità attiva, per cui quel che conta sia l’opera
e non l’individuo, per cui si sia capaci di non considerare se
stessi come qualcosa d’importante, importante essendo invece la
funzione, la responsabilità, il compito assunto, il fine
perseguito. Là dove questo spirito si affermi, si semplificheranno
molti problemi d’ordine anche economico e sociale, i quali
resterebbero invece insolubili se affrontati dall’esterno, senza
la controparte di un mutamento di fattori spirituali e senza
l’eliminazione di infezioni ideologiche che già in partenza
pregiudicano ogni ritorno alla normalità, anzi la percezione
stessa di ciò che normalità significhi.
5. – non solo come orientamento dottrinale, ma anche riguardo al
mondo dell’azione è poi importante, che gli uomini del nuovo
schieramento riconoscono con esattezza la concatenazione delle
cause e degli effetti e la continuità essenziale della corrente
che ha dato vita alle varie forme politiche oggi in giostra nel
caos dei partiti. Liberalismo, poi democrazia, poi socialismo, poi
radicalismo, infine comunismo e bolscevismo non sono apparsi
storicamente che come gradi di uno stesso male, che come stadi che
prepararono ognuno quello successivo nel complesso di un processo
di caduta. E l’inizio di questo processo sta nel punto in cui
l’uomo occidentale spezzò i vincoli con la tradizione, disconobbe
ogni superiore simbolo di autorità e di sovranità, rivendicò per
se stesso come individuo una libertà vana ed illusoria, divenne
atomo invece che parte consapevole dell’unità organica e
gerarchica di un tutto. E l’atomo, alla fine, doveva trovar di
contro a sé la massa degli altri atomi, degli altri individui, ed
essere coinvolto nell’emergenza nel regno della quantità, del puro
numero, delle masse materializzate e non aventi altro Dio fuor
dell’economia sovrana. In questo processo non ci si arresta a metà
strada. Senza la Rivoluzione francese e il liberalismo non vi
sarebbero stati il costituzionalismo e la democrazia, senza la
democrazia non vi sarebbe stato il socialismo e il nazionalismo
demagogico, senza la preparazione del socialismo non vi sarebbero
stati radicalismo ed infine comunismo. Il fatto che queste varie
forme oggi si presentino spesso le une a lato delle altre o in
antagonismo, non deve impedire di riconoscere, ad un occhio che
davvero vede, che esse si tengono insieme, si concatenano, si
condizionano a vicenda ed esprimono solo i gradi diversi di una
stessa corrente, di una stessa sovversione di ogni ordinamento
sociale normale e legittimo. Così la grande illusione dei nostri
giorni è che democrazia e liberalismo siano l’antitesi del
comunismo ed abbiano il potere di originare la marea delle forze
dal basso, di quel che nel gergo dei sindacati si chiama il
movimento “progressista”. Illusione: come si dicesse che il
crepuscolo sia l’antitesi della notte, che il grado incipiente di
un male sia l’antitesi della forma acuta ed endemica di esso, che
un veleno diluito sia l’antidoto dello stesso veleno allo stato
puro e concentrato. Gli uomini al governo di quest’Italia
“liberata” nulla hanno imparato dalla storia più recente, le cui
lezioni si sono ripetute dappertutto sino alla monotonia, e
continuano il loro giuoco politico commovente con concezioni
politiche scadute ed inani nello scorrevole, parlamentare, quasi
danza macabra su di un latente vulcano. Ma a noi deve essere
invece proprio il coraggio del radicalismo, il no, detto alla
decadenza politica, in tutte le sue forme.sia da sinistra, sia di
una presunta destra. E, soprattutto, si deve esser consapevoli di
ciò: che con la sovversione non si patteggia, che fare concessioni
oggi significa condannarsi ad esser del tutto travolti domani.
Intransigenza dell’idea, dunque, e prontezza nel farsi avanti con
forze pure, quando il momento giusto sia giunto. Ciò implica
naturalmente anche lo sbarazzarsi dalla distorsione ideologica,
purtroppo diffusa anche in una parte della gioventù, per via della
quale si concedono degli alibi per le distruzioni avvenute,
illudendosi col pensare che esse, dopo tutto, erano necessarie e
serviranno al “progresso”; che si debba combattere per qualcosa di
“nuovo”, riposto in un determinato avvenire, invece che per verità
che noi già possediamo, perché esse, sia pure in forme varie di
applicazione, sempre ed ovunque han fatto da base ad ogni tipo
retto di organizzazione sociale e politico. Si respingono queste
fisime. E si rida a chi vi accusi di esser “antistorici”e
“reazionari”. Non esiste la Storia, entità misteriosa scritta con
la lettera maiuscola. Sono gli uomini, finché essi sono davvero
uomini, che fanno a distanza la storia; il cosiddetto
“storicismo”è più o meno la stessa cosa di quel che negli ambienti
di sinistra si chiama il “progressismo” ed esso una cosa sola
vuole, oggi: fomentare la passività rispetto alla corrente che
s’ingrossa e che porta sempre più giu. E, quanto al “reazionarismo”,
chiedete. Voi dunque vorreste che mentre voi agite, distruggendo e
profanando, noi non si “reagisca”, ma si stia a guardare, anzi vi
si dica: bravi, continuate? Non siamo “reazionari”solo perché la
parola non e abbastanza forte e soprattutto perché, noi, partiamo
dal positivo, rappresentiamo il positivo, valori reali ed
originari, non bisognosi della luce di alcun “sol dell’avvenire.
Di fronte al nostro radicalismo, in particolare, appare
irrilevante l’antitesi fra “Oriente” rosso ed “Occidente”
democratico, epperò tragicamente irrilevante ci appare anche un
eventuale conflitto armato fra questi due blocchi. A guardar solo
all’immediato, sussiste di certo la scelta del male minore perché
la vittoria militare dell’“Oriente” implicherebbe la distruzione
fisica immediata degli ultimi esponenti della resistenza, ma in
sede di idea, Russia e Nord – America sono da considerarsi come
due branche di una stessa tenaglia in via di stringersi
definitivamente, intorno all’Europa. In due forme diverse ma
convergenti agisca in esse una stessa forza, estranea e nemica. Le
forme di standardizzazione, di conformismo, di livellamento
democratico, di frenesia produttiva, di più o meno prepotente ed
esplicito brains trust, di materialismo spicciolo
nell’americanismo possono solo servire a spianare la strada per la
fase ulteriore, che è rappresentata, sulla stessa direzione,
dell’ideale comunista dell’uomo – massa, il carattere distintivo
dell’americanismo è che l’attacco contro la qualità e la
personalità non vi si realizza attraverso la bruta coercizione di
una dittatura marxista e un pensiero di Stato, ma è quasi
spontaneamente, lungo le vie di una civiltà non conoscente ideali
più alti di ricchezza, consumo, rendimento, produzione senza
freno, quindi per un’esasperazione ed una riduzione all’assurdo di
ciò che la stessa Europa elesse, - che gli stessi motivi vi fanno
preso forma o ve la stanno prendendo. Ma primitivismo,
meccanicismo e brutalità stanno tanto dall’una che dall’altra
parte. In un certo senso, l’americanismo per noi è più pericoloso
del comunismo: per il suo essere una specie di cavallo di Troia.
Quando l’attacco contro i valori residui della tradizione europea
si effettua nella forma diretta e nuda propria all’ideologia
bolscevica e allo stalinismo, delle reazioni ancora si ridestano,
certe linee di resistenza, seppure labili, possono essere
mantenute. Diversamente stanno le cose quando lo stesso male
agisce in modo più sottile e le trasformazioni avvengono
insensibilmente sul piano del costume e della visione generale
della vita, come n’è il caso per l’americanismo. Subendo a cuor
leggero l’influenza di questo nel segno della democrazia, l’Europa
si predispone già all’ultima abdicazione, tanto che potrà perfino
accadere che non vi sia nemmeno bisogno di una catastrofe
militare, ma che per via “progressiva” si giunga, dopo un’ultima
crisi sociale, più o meno allo stesso punto. Di nuovo, a metà
strada non ci si arresta. L’americanismo, volendolo o no, lavora
per l’apparente sul nemico, pel collettivismo.
6. – non senza relazione a ciò il nostro radicalismo della
ricostruzione esige che non si transiga, non solo con ogni varietà
dell’ideologia marxista o socialista, ma altresì con ciò che in
genere si può chiamare l’allucinazione o la demonia dell’economia.
Si tratta qui, dell’idea che nella vita sia individuale, sia
collettiva, il fattore economico sia quello importante, reale,
decisivo; che la concentrazione di ogni valore ed interesse sul
piano economico e produttivo non sia l’aberrazione senza
precedenti dell’uomo occidentale moderno, bensì qualcosa di
normale, non un’eventuale bruta necessità, ma qualcosa che ha
voluto ed esaltato. In questo circolo chiuso e buio restano chiusi
sia capitalismo che marxismo. Questo circolo non dobbiamo
infrangerlo. Finché non si sa parlare che di classi economiche, di
lavoro, di salari, di produzione, finché ci s’illude che il vero
progresso umano, la vera elevazione del singolo sia condizionato
da un particolare sistema di distribuzione della ricchezza e dei
beni ed abbia dunque a che fare con l’indigenza o l’agiatezza, con
lo stato della prosperità USA oppure con quello del socialismo
utopico, si resta sempre sullo stesso piano di ciò che va
combattuto. Questo noi dobbiamo affermare: che tutto ciò che è
economia ed interesse economico come mero soddisfacimento di
bisogni fisici ha avuto, ha e sempre avrà una funzione subordinata
in un’umanità normale; che di là da questa sfera deve
differenziarsi un ordine di valori superiori, politici, spirituali
ed eroici, un ordine che – come già dicemmo – non conosce, e
nemmeno ammette, “proletari” o “capitalisti”, e solo in funzione
del quale debbono definirsi le cose per le quali vale vivere e
morire, deve stabilirsi una gerarchia vera, debbono differenziarsi
nuove dignità e, di vertice, deve troneggiare una superiore
funzione di comando, di Imperium. Così, a tale riguardo, vanno
sradicate molte male erbe che hanno attecchito qua e là, talvolta
perfino nel nostro campo. Che cosa è, infatti, questo parlare di
“Stato del lavoro”, di “socialismo nazionale”, di “umanismo del
lavoro” e simili? Che sono queste istanze più o meno dichiarate
per un’involuzione della politica nell’economia, quasi in una
ripresa di quelle tendenze problematiche verso un “corporativismo
integrale” e, in fondo, acefalo, che nel fascismo già trovarono,
fortunatamente, la via sbarrata? Che cosa è questo considerare la
formula della “socializzazione” come una specie di farmaco
universale e questo elevare l’“idea sociale” a simbolo di una
civiltà nuova che, chi sa come, dovrebbe esser di là sia da
“Oriente” che da “Occidente”? Questi – bisogna riconoscerlo – sono
i lati d’ombra presenti in non pochi spiriti, che pure, per altri
riguardi, si trovano sul nostro stesso fronte. Con ciò essi
pensano di esser fedeli ad una consegna “rivoluzionaria”, mentre
obbediscono solo a suggestioni più forti di loro di cui è saturo
un ambiente politico degradato. E fra tali suggestioni rientra la
stessa “questione sociale”. Quando ci si renderà finalmente conto
della verità, e cioè che il marxismo non è sorto perché è esistito
una questione sociale reale, ma la questione sociale sorge – in
infiniti casi – solo perché esiste un marxismo, vale a dire
artificialmente, epperò in termini quasi sempre insolubili, ad
opera di agitatori, dei famosi “ridestatori della coscienza di
classe”, su cui Lenin si è espresso molto chiaramente, allorché ha
confutato il carattere spontaneo dei movimenti rivoluzionari
proletari? E’ partendo da questa premessa che bisognerebbe agire,
nel senso anzitutto della sproletarizzazione ideologica, della
disinfezione delle parti ancora sane del popolo dal virus
socialista. Solo allora l’una e l’altra riforma potrà esser
studiata ed attuata senza pericolo, secondo giustizia vera. Così,
come caso particolare, si vedrà secondo quale spirito l’idea
corporativa può esser di nuovo una delle basi della ricostruzione
corporativismo non tanto come un sistema generale di composizione
statale e quasi burocratica che mantenga l’idea deleteria di
opposti schieramenti classisti, bensì come l’esigenza, che
all’interno stesso dell’azienda venga ricostruita quell’unità,
quella solidarietà di forze differenziate, che la prevaricazione
capitalista (col subentrato tipo parassitario dello speculatore e
del capitalista – finanziere) da un lato, l’agitazione marxista
dall’altro hanno pregiudicato e spezzato. Occorre portare
l’azienda alla forma di un’unità quasi militare, nella quale allo
spirito di responsabilità, all’energia e alla competenza di chi
dirige facciano riscontro la solidarietà e la fedeltà delle forze
lavoratrici associate intorno a lui nella comune impresa. L’unico
vero compito è, pertanto, la ricostruzione organica dell’azienda,
e per realizzarlo non vi è bisogno di usare formule intese ad
adulare, per bassi fini propagandistici e elettorali, lo spirito
di sedizione degli strati inferiori delle masse travestito da
“giustizia sociale”. In genere, dovrebbe venir ripreso lo stesso
stile di impersonalità attiva, di dignità, di solidarietà nel
produrre, che fu proprio alle antiche corporazioni artigiane e
professionali. Il sindacalismo, con la sua “lotta” e con quei
ricatti autentici di cui esso oggi ci offre fin troppi esempi, è
da mettere al bando. Ma, ripetiamola, a tanto si deve giungere
partendo dall’interno. L’importante è che di contro ad ogni forma
di risentimento e di antagonismo sociale ognuno sappia riconoscere
ed amare il proprio posto, quello conforme alla propria natura,
riconoscendo così anche i limiti entro i quali egli può sviluppare
le sue possibilità e conseguire una propria perfezione: perché un
artigiano che assolve perfettamente alla sua funzione è
indubbiamente superiore ad un re che scarti e non sia all’altezza
della sua dignità. In particolare, si può ammettere un sistema di
competenze tecniche e di rappresentanze corporative, a soppiantare
il parlamentarismo dei partiti; ma devesi tener presente che le
gerarchie tecniche, nel loro complesso, non possono significare
nulla più di un grado nella gerarchia integrale: esse riguardano
l’ordine dei mezzi, da subordinare all’ordine dei fini, al quale
soltanto corrisponde la parte propriamente politica e spirituale
dello Stato. Parlare invece di uno “Stato del lavoro” o della
produzione vale quanto fare della parte il tutto, vale quanto
tenersi a ciò che può corrispondere ad un organismo umano ridotto
alle sue funzioni semplicemente fisico – vitali. Né una simile
cosa ottusa e buia può esser la nostra insegna, né la stessa idea,
“sociale”. L’antitesi vera sia di fronte ad “Oriente” ed ad
“Occidente” non è l’“ideale sociale”. Essa è invece l’idea
gerarchica integrale. Rispetto a ciò, nessun’incertezza è
ammissibile:
7. – Se l’ideale di un’unità politica virile ed organica fu già
parte essenziale nel mondo che andò travolto – e per esso, da noi,
fu anche rievocato il simbolo romano – pure debbiarsi riconoscere
i casi in cui tal esigenza deviò e quasi abortì lungo la direzione
sbagliata del “totalitarismo”. Questo, di nuovo, è un punto che va
visto con chiarezza, affinché la differenziazione dei fronti sia
preciso e, anche, non siano fornite armi a coloro che vogliono
confondere le cose a ragion veduta. Gerarchia non è gerarchismo
(un male, questo, che, purtroppo, oggi talvolta cerca di
ripullulare in tono minore), e la concezione organica non ha nulla
a che fare con la sclerosi statolatrica e una centralizzazione
livellatrice. Quanto ai singoli, superamento vero sia di
individualismo che di collettivismo si ha solo quando uomini sono
di fronte ad uomini, nella diversità naturale del loro essere e
delle loro dignità. E quanto all’unità che deve impedire, in
genere, ogni forma di dissociazione e di assolutizzazione del
particolare, essa deve essere essenzialmente spirituale, deve
esser quella di un’influenza centrale orientatrice, di un impulso
che, a seconda dei domini, assume forme molto differenziate di
espressione. Questa è la vera essenza della concezione “organica”,
opposta ai rapporti rigidi ed estrinseci propri al
“totalitarismo”. In questi quadri l’esigenza della dignità e della
libertà della persona umana, che il liberismo sa concepire solo in
termini individualistici, egualitari e privatistici, può
realizzarsi integralmente.e’ in questo spirito che le strutture di
un nuovo ordinamento politico - sociale vanno studiate, in salde e
chiare articolazioni. Ma siffatte strutture abbisognano di un
centro, di un supremo punto di riferimento. Un nuovo simbolo di
sovranità e di autorità è necessario. La consegna, a tale
riguardo, deve esser precisa, tergiversazioni ideologiche non
possono essere ammesse. E’ bene dir chiaro che qui si tratta solo
subordinatamente del cosiddetto problema istituzionale, si tratta
anzitutto di ciò che è necessario per un clima specifico, per il
fluido che deve animare ogni rapporto di fedeltà, di dedizione, di
servigio, di azione disindividuale, tanto che sia davvero superato
il grigio, il meccanicistico e l’obliquo del mondo politico –
sociale attuale. Qui oggi si finirà però in vie senza uscite
quando al vertice non si sia capaci di una specie di ascesi
dell’idea pura. Sia alcuni antecedenti poco felici delle nostre
tradizioni nazionali, sia, ed ancor più, le tragiche contingenze
di ieri pregiudicano, in molti, la percezione chiara della
direzione giusta. Non si può anche riconoscere l’inconcludenza
della soluzione monarchica, quando si abbiano in vista coloro che
oggi sanno solo difendere un residuo di idea, un simbolo svuotato
e devirilizzato, qual è quello della monarchia costituzionale
parlamentare. Ma in modo altrettanto deciso devesi dichiarare
l’incompatibilità nei riguardi dell’idea repubblicana. Esser
antidemocratici per un verso, e per l’altro difendere
“ferocemente” (questa è purtroppo la terminologia di alcuni
esponenti di una falsa intransigenza) l’idea repubblicana è un
assurdo che si tocca con mano: la repubblica (s’intendono le
repubbliche moderne: le repubbliche antiche furono delle
aristocrazie – come a Roma – o delle oligarchie, queste spesso con
carattere di tirannidi) appartiene essenzialmente al mondo sorto a
vita attraverso il giacobinismo e la sovversione antitradizionale
ed antigerarchica del XIX secolo. Ed a tale mondo, che non è il
nostro, sia lasciata. In via di principio, una nazione già
monarchica che diviene una repubblica non può venire considerata
che come una nazione “declassata”. Per l’Italia non si giuochi
all’equivoco in nome di una fedeltà al fascismo di Salò, perché
se, per questa ragione, si dovesse seguire la falsa via
repubblicana, nello stesso punto si sarebbe infedeli a qualcosa di
più e di meglio, si getterebbe in mare il nucleo centrale
dell’ideologia del ventennio, cioè la sua dottrina dello Stato in
funzione di autorità, di potere, di Imperium. Solo a questa
dottrina bisogna tenersi, senza acconsentire a scender di livello
e senza fare il giuoco di nessun gruppo. La concretizzazione del
simbolo, per ora può essere lasciata indeterminata; il compito
essenziale è preparare silenziosamente l’ambiente spirituale
adatto a che il simbolo di un’autorità sopraelevata intangibile
sia sentito e riacquisti la pienezza del suo significato: al quale
non può corrispondere la statura di un qualsiasi revocabile
“presidente” di repubblica, e nemmeno quella di un tribuno o capo
– popolo, detentore di un semplice potere individuale informe,
privo di ogni superiore crisma, poggiante invece sul prestigio
precario da lui esercitato sulle forze irrazionali delle masse. E’
ciò a cui taluno ha dato il nome di “bonapartismo” e che è stato
giustamente riconosciuto nel suo significato non di antitesi alla
democrazia demagogica o “popolare”, ma anzi di logica conclusione
di essa: una delle oscure apparizioni nello spengleriano “tramonto
dell’Occidente”. Ecco una nuova pietra di prova per i nostri: la
sensibilità rispetto a tutto ciò. Già un Carlyle aveva parlato
“del mondo dei domestici che vuol eser governato da uno pseudo –
Eroe” – non da un Signore.
8. – In un analogo ordine di idee va precisato un altro punto. Si
tratta della posizione da prendere di fronte al nazionalismo e
all’idea generica di patria. Ciò è tanto più opportuno, in quanto
oggi molti, per cercar di salvare il salvabile, vorrebbero
riprendere una concezione sentimentale e, al tempo stesso,
naturalistica della nazione, nozione estranea alla più alta
tradizione politica europea e poco conciliantesi con la stessa
idea di Stato di cui si è detto. Anche a prescindere dal fatto che
si vede l’idea di patria esser invocata retoricamente e
ipocritamente dalle parti più opposte, perfino dagli esponenti
della sovversione rossa, già attualmente quella concezione non è
all’altezza dei tempi, perché da un lato si assiste a formarsi di
grandi blocchi, supernazionali, dall’altro appare sempre più la
necessità di trovare un punto di riferimento europeo, unificante
di là dall’inevitabile particolarismo che inserisce all’idea
naturalistica della nazione e ancor più al “nazionalismo”.
Tuttavia è più esenziale la questione di principio. Il piano
politico in quanto tale è quello di unità sopraelevate rispetto
alle unità definentisi in termini naturalistici come sono anche
quelle cui corrispondono le nozioni generiche di nazione, patria e
popolo. In questo superiore piano ciò che unisce e ciò che divide
è l’idea, un’idea portata da una determinata èlite e tendente a
concretizzarsi nello Stato. Per questo la dottrina fascista – che
in ciò restò fedele, alla migliore tradizione politica europea –
dette ad idea e Stato il primato rispetto a nazione e popolo ed
intese che nazione e popolo solo entro lo Stato acquistano un
significato, una forma e partecipano ad un grado superiore di
esistenza. Proprio in periodi di crisi, come l’attuale, bisogna
tener fermo a questa dottrina. Nell’idea va riconosciuta la nostra
vera patria. Non l’essere di una stessa terra o di una stessa
lingua, ma l’essere della stessa idea è quel che oggi conta.
Questa è la base, il punto di partenza. All’unità collettivistica
della nazione – des enfants de la patrie – quale sempre più ha
predominato dalla rivoluzione giacobina in poi, noi in ogni caso
opponiamo qualcosa, come un Ordine, uomini fedeli a dei principi,
testimoni di una superiore autorità e legittimità procedenti
appunto dall’idea. Per quanto ai fini pratici oggi sia auspicabile
venire ad una nuova solidarietà nazionale, pure non si scenda, per
raggiungerla, a compromessi; il presupposto, senza il quale ogni
risultato sarebbe illusorio, è il separarsi e prender forma di uno
schieramento definito dall’idea – come idea politica e visione
della vita. Altra via, proprio oggi non v’è: bisogna che fra le
rovine si rinnovi il processo delle origini, quello che, in
funzione di èlites e di un simbolo di sovranità o di autorità,
fece unì i popoli entro i grandi Stati tradizionali, come forme
sorgenti dall’informe. Non intendere questo realismo dell’idea
significa tenersi ad un piano, in fondo, sub – politico: a quello
del naturalismo e del sentimentalismo, se non addirittura della
retorica patriottarda. E ove si voglia appoggiare l’idea nostra
anche a tradizioni nazionali, si stia ben attenti: perché esiste
tutta una “storia patria” d’inspirazione massonica ed
antitradizionale specializzatasi nell’attribuire carattere
nazionale italiano agli aspetti più problematici della nostra
storia: a partire dalla rivolta dei Comuni appoggiata da
guelfismo. Con essa prende risalto una “italianità” tendenziosa,
nella quale noi non possiamo e non vogliamo riconoscerci Essa la
lasciamo volentieri a quegli italiani, che con la “liberazione” e
il partigianesimo hanno celebrato il “secondo Risorgimento”. Idea,
Ordine, èlite, Stato, uomini dell’Ordine – in tali termini siano
mantenute le linee, finché sia possibile.
9. – Qualcosa va detto sul problema della cultura. Non oltre
misura. Noi infatti non sopravvalutiamo la cultura. Ciò che noi
chiamiamo “visione del mondo” non si basa sui libri; è una forma
interna che può esser più preciso in una persona senza una
particolare cultura che non in un “intellettuale” e in uno
scrittore. Si deve ascrivere fra i nefasti della “libera cultura”
alla portata di tutti il fatto, che il singolo sia lasciato aperto
ad influssi di ogni genere anche quando è tale da non poter essere
attivo di fronte ad essi, da saper discriminare e giudicare
secondo retto giudizio. Ma di ciò qui non può essere il discorso
se non per rilevare che, come stanno attualmente le cose, vi sono
correnti specifiche da cui la gioventù d’oggi deve difendersi
interiormente. Noi abbiamo parlato per primo di uno stile di
dirittura, di tenuta interna. Questo stile implica un giusto
sapere e specie i giovani debbono rendersi conto
dell’intossicazione operata in tutta una generazione dalle varietà
concordanti di una visione distorta e falsa della vita, che hanno
inciso sulle forze interne, Nell’una o nell’altra forma questi
tossici continuano ad agire nella cultura, nella scienza, nella
sociologia, nella letteratura, come tanti focolai d’infezione che
vanno individuati e colpiti. A parte il materialismo storico e l’economismo,
su cui si è già detto, fra i principali di essi sta il darwinismo,
la psicanalisi, l’esistenzialismo. Di contro il darwinismo va
rivendicato la fondamentale dignità della persona umana,
riconoscendo il suo vero luogo, che non è quello di una
particolare, più o meno evoluta specie animale fra le tante altre,
differenziatosi per “selezione naturale”e sempre legata ad origini
bestiali e primitivistiche, ma è tale da elevarla virtualmente di
là dal piano biologico. Se oggi non si parla più tanto di
darwinismo, la sostanza tuttavia permane. Il mito biologistico
darwiniano nell’una o nell’altra variante vale con preciso valore
di dogma, difeso dagli anatemi della “scienza”, nel materialismo
sia della civiltà marxista che di quella americana. L’uomo moderno
si è assuefatto a questa concezione degradata, vi si riconosce
ormai tranquillamente, la trova naturale. Di contro alla
psicanalisi deve valere l’ideale di un Io che non obbliga, che
intende restare consapevole, autonomo e sovrano di fronte alla
parte notturna e sotterranea della sua anima e al dèmone della
sessualità; che non si sente né “represso” né psicoticamente
scisso, ma realizza un equilibrio di tutte le sue facoltà ordinate
ad un significato superiore del vivere e dell’agire. Una
convergenza evidente può esser segnalata: la desautarazione del
principio cosciente della persona, il risalto dato al subconscio,
all’irrazionale, all’“inconscio collettivo” e simili dalla
psicanalisi e scuole analoghe, corrispondono nell’individuo
esattamente a ciò che l’emergenza, il moto del basso, la
sovversione, la sostituzione rivoluzionaria dell’inferiore al
superiore e il disprezzo per anni principio di autorità
rappresentano nel mondo sociale e storico moderno. Su due piani
diversi agisce la stessa tendenza e i due effetti non possono non
integrarsi vicendevolmente. Quanto all’esistenzialismo, anche a
distinguervi ciò che è propriamente una filosofia – una confusa
filosofia – fino a ieri restata di pertinenza di ristrette cerchie
di specialisti, bisogna riconoscervi lo stato d’animo di una crisi
divenuta sistema ed adulata, la verità di un tipo umano spezzato e
contraddittorio che subisce come angoscia, tragicità ed assurdo
una libertà dalla quale non si sente elevato, a cui si sente
piuttosto senza scampo e senza responsabilità condannato in mezzo
ad un mondo privo di valore e di significazione. Tutto questo,
quando già il miglior Nietzsche aveva indicata una via per
ritrovare un senso dell’esistenza e dare a sé stesso una legge e
un valore intangibile anche di fronte ad un radicale nichilismo,
nel segno di un esistenzialismo positivo, secondo la sua
espressione: da “natura nobile”. Tali sono le linee di
superamenti, che non debbono essere intellettualistici, ma
vissuti, realizzati nel loro diretto significato per la vita
interiore e per la propria condotta. Rialzarsi non è possibile
finché si resti come che sia sotto l’influenza di consimili forme
di un pensare falso e deviato. Disintossicatisi, si può conseguire
chiarezza, dirittura, forza.
10. – nella zona che sta fra cultura e costume sarà bene precisare
ulteriormente un atteggiamento. Dal comunismo è stata lanciata la
parola d’ordine dell’antiborghesia che è stata raccolta anche nel
campo della cultura in certi ambienti intellettuali “impegnati”.
Questo è un punto in cui si deve vedere ben chiaro. Come la
società borghese è qualcosa d’intermedio, così esiste una doppia
possibilità di superare la borghesia, di dire no al tipo borghese,
alla civiltà borghese, allo spirito ed ai valori sociali e
proletari contro il “decadentismo borghese” e “capitalista”. Ma
l’altra è la direzione di chi combatte la borghesia per innalzarsi
effettivamente di là da essa. Gli uomini del novo schieramento
saranno, sì, antiborghesi, ma per via dell’anzidetta superiore
concezione, eroica ed aristocratica, dell’esistenza; saranno
antiborghesi perché disdegnano la vita comoda; antiborghesi perché
seguiranno non coloro che promettono vantaggi materiali, ma coloro
che esigono tutto da sé stessi; antiborghesi, infine, perché non
hanno la preoccupazione della sicurezza ma amano un’unione
essenziale fra vita e rischio, su tutti i piani, facendo propria
l’inesorabilità dell’idea nuda e dell’azione precisa. Un altro
aspetto ancora, per cui l’uomo nuovo, sostanza cellulare pel moto
di risveglio, sarà antiborghese e si differenzierà dalla
generazione precedente, è per la sua insofferenza per ogni forma
di retorica e di falso idealismo, per tutte quelle grandi parole
che si scrivono con la lettera maiuscola, per tutto ciò che è
soltanto gesto, frase ad effetto, scenografia. Essenzialità,
invece, nuovo realismo nel misurarsi esattamente coi problemi che
si imporranno, nel far sì che valga non l’apparire, bensì
l’essere, con il ciarlare, bensì il realizzare, in modo silenzioso
ed esatto, in sintonia con le forze affini e in aderenza al
comando che viene dall’alto. Chi contro le forze di sinistra non
sa reagire che in nome degli idoli, dello stile di vita e delle
mediocri moralità conformistiche del mondo borghese, ha già
perduto in anticipo la battaglia. Non è questo il caso per l’uomo,
che sta in piedi, essendo già passato attraverso il fuoco
purificatore di distruzioni esterne ed interne. Quest’uomo, allo
stesso modo che politicamente non è lo strumento di una pseudo
reazione borghese, così, in genere, riprende forze ed ideali
anteriori e superiori, al mondo borghese e all’èra economica, ed è
con essi che egli crea le linee di difesa e consolida le posizioni
da dove, nel momento opportuno, folgorerà l’azione della
ricostruzione. Anche a tale riguardo noi intendiamo riprendere una
consegna non seguita: perché si sa come nel periodo fascista vi
fosse una tendenzialità antiborghese che avrebbe voluto esplicarsi
in un non dissimile senso. Purtroppo anche qui la sostanza umana
non fu all’altezza del compito. E perfino dell’antiteorica si
seppe far la retorica.
11. – Consideriamo brevemente un ultimo punto, quello dei rapporti
con la religione dominante. Per noi, lo Stato laico, in qualsiasi
sua forma, appartiene al passato. E, in particolare, noi
avversiamo quel travestimento di esso, che si è fatto valere, in
certi ambienti, come “Stato etico”, prodotto di una bolsa, spuria,
vuota filosofia “idealistica” già aggregatosi al fascismo ma per
sua natura tale da dare ugual avallo, alla semplice stregua di un
giuoco “dialettico” di bussolotti, all’antifascismo di un Croce.
ma se avversiamo simili ideologie e lo Stato laico , uno Stato
clericale o clericaleggiante è per noi altrettanto inaccettabile.
Un fattore religioso è necessario come sfondo per una vera
concezione eroico della vita, quale deve essere essenziale per il
nostro schieramento. Bisogna sentire in sé stessi l’evidenza, che
di là da questa vita terrestre vi è una più alta vita, perché solo
chi così sente possiede una forza infrangibile, solo costui sarà
capace di uno slancio assoluto – mentre quando questo manchi, lo
sfidare la morte e il porre in non conto la propria vita è
possibile solo in momenti sporadici di esaltazione o nello
scatenamento di forze irrazionali: né vi è disciplina che possa
giustificarsi, nel singolo, con un significato superiore ed
autonomo. Ma questa spiritualità, che deve esser viva fra i
nostri, non ha bisogno delle formulazioni dogmatiche obbligate, di
una data confessione religiosa; comunque lo stile di vita che deve
trarsene non è quello del moralismo cattolico, il quale a poco più
mira che non ad un addomesticamento virtuistico dell’animale
umano; politicamente, questa spiritualità non può non nutrire
diffidenza rispetto a tutto ciò che come umanitarismo,
eguaglianza, principio dell’amore e del perdono anziché dell’onore
e della giustizia, è parte integrante della concezione cristiana.
Certo, se il cattolicesimo fosse capace di far propria una tenuta
di alta ascesi ed appunto su questa base, quasi come una ripresa
dello spirito del migliore Medioevo crociato, far della fede
l’anima di un blocco armato di forze, quasi di un nuovo Ordine
templare compatto ed inesorabile contro le correnti del caos, del
cedimento, della sovversione e del materialismo pratico del mondo
moderno – certo, in tal caso, ed anche nel caso che come minimo
esso si fosse tenuto fermo alle posizioni del Sillabo, per la
nostra scelta non potrebbe esservi un solo istante di dubbio. Ma
così come stanno le cose, dato cioè il livello mediocre e, in
fondo, borghese e parrocchiano, a cui oggi è sceso praticamente
tutto ciò che è religione confessionale e dati il cedimento
modernista e la crescente apertura a sinistra della Chiesa post –
conciliare dell’“aggiornamento”, per i nostri uomini potrà bastare
il puro riferimento allo spirito, appunto come l’evidenza di una
realtà trascendente, d invocare per innestare alla nostra forza
un’altra forza, per presentire che la nostra lotta non è soltanto
lotta politica, per attrarre un’invisibile consacrazione su di un
nuovo mondo di uomini e di capi di uomini. Questi sono alcuni
essenziali orientamenti per la battaglia da combattere,
soprattutto con riguardo per la gioventù, a che essa riprenda la
fiaccola e la consegna da chi non è caduto, imparando dagli errori
del passato, sapendo ben discriminare e rivedere tutto ciò che ha
risentito, ed ancor oggi risente, di situazioni contingenti.
Essenziale è non scendere al livello degli avversari, non ridursi
ad agitare semplici parole d’ordine, non insistere oltre misura su
quel che dello ieri, anche se degno di esser ricordato, non abbia
valore attuale ed impersonale di idea – forza, non cedere alle
suggestioni del falso realismo politicante, tara di ogni
“partito”. E’, sì, necessario che nostre forze agiscono anche
nella lotta corpo – a corpo politica per crearsi tutto lo spazio
possibile nella situazione attuale, e per contenere l’assalto,
altrimenti quasi incontrastato, delle forze di sinistra. Ma oltre
a ciò è importante, è essenziale, che si costituisca una èlite la
quale, in una raccolta intensità, definisca secondo un rigore
intellettuale ed un’assoluta intransigenza l’idea, in funzione
della quale si deve essere uniti, ed affermi questa idea
soprattutto nella forma dell’uomo nuovo, dell’uomo della
resistenza, dell’uomo dritto fra le rovine. Se sarà dato andar
oltre questo periodo di crisi e di ordine vacillante ed illusorio,
solo quest’uomo spetterà il futuro. Ma quand’anche il destino che
il mondo moderno si è creato, e che ora sta travolgendolo, non
dovesse esser contenuto, presso a tali premesse le posizioni
interne saranno mantenute: in qualsiasi evenienza ciò che potrà
esser fatto sarà fatto e apparterremo a quella patria, che da
nessun nemico potrà mai essere né occupata né distrutta.
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